(the living stones, le pierres vivantes, las piedras vivas, o pedras vivas, Живые камни, リビングストーンズ, 在活石, من الحجارة الحية)
"Tutto è pietra, e della più solida: pavimenti, scalinate, focolari, sedili: tutto."
(Mark Twain)
"Quel giorno non avrei mai creduto di arrivare fino al punto di sentirmi attratto perfino dalle pietre delle vie di Genova, e di ripensare a quella città con affetto, come al luogo in cui avevo passato molte ore di quiete e di felicità."
Alzate gli occhi mentre camminate nei vicoli: ci sono pietre parlanti!
Bassorilievi, sovrapporte, edicole votive, lapidi di marmo o di ardesia, incastonati nei palazzi e spesso ingrigiti o nascosti dal tempo e dall'incuria.
In questa pagina troverete molti esempi.
6. Le pietre per la protezione degli edifici di valore
12. La pietra della catena pisana
13. La pietra del marchese e del falegname
14. La pietra delle carrozze
15. Le pietre turche di Lepanto
16. Le pietre del Castelletto
17. Le pietre austriache nella Valle del Veilino
18. Le pietre del Re Sole
19. Le pietre del Generale La Marmora
20. Le pietre del bombardamento inglese del 9 febbraio 1941
21. La pietra ferita di guerra
22. La pietra simbolo dei liguri
23. La pietra del Melograno
24. La pietra del Gas
26. Le pietre delle colonne infami
27. La pietra dell'Immunità
28. Le pietre a guisa di braccia
29. Le pietre a guisa di volti
30. Le pietre che furono volti
31. La pietra del mortaio
32. La pietra delle giuggiole ed il quartiere più dolce della Superba
33. La pietra dei dragaggi
34. Le pietre antiche della Via Aurea
36. Le pietre della carità
37. La pietra dell'antica numerazione civica
38. Le pietre scheggiate dai proiettili
39. La pietra che fu orologio ed il compositore
40. Le pietre "igieniche"
41. La "pietra" che ricorda la nascita di quella che non fu mai Via Imperiale
42. La pietra di Mazzini
43. La pietra che permette di chiudere il vicolo
44. Le pietre che vietano il passaggio dei veicoli condotti a mano
45. La pietra che vieta la circolazione dei cani in Galleria Mazzini
46. Le pietre che battono i portoni
47. La pietra del pozzo di San Siro
48. Le pietre scalfite dai carri
49. La pietra dell'albero di vite
50. Le pietre d'inciampo
51. La pietra che ricorda il taglio della facciata di San Siro
61. Le pietre a mosaico di Piazza Invrea
66. La pietra del drago di Piazza Cinque Lampadi
67. La pietra di autorizzazione incisa sulla ghisa
70. Le pietre dei grifoni della passeggiata dell'Acquasola
Il deposito lapideo del Museo di Sant'Agostino, dove si trovano moltissime "pietre parlanti" provenienti da palazzi demoliti nel centro storico (foto di Antonio Figari) |
Palazzo Lamba Doria e Palazzo Lazzaro Doria (poi di Andrea Doria) in Piazza San Matteo con le caratteristiche bande bianche e nere (foto di Antonio Figari) |
Nei secoli Genova ha dominato i mari del Mediterraneo e sui muri dei vicoli sono incastonati alcuni trofei di guerra, portati in città per ricordare queste incredibili gesta e tramandare il loro ricordo ai posteri.
3.1 Le teste leonine di Palazzo San Giorgio
Sulla porta principale del vecchio edificio di Palazzo San Giorgio, quella per intenderci che si affaccia sui portici di Sottoripa, se alzate lo sguardo vedrete una piccola testa leonina in marmo che sembra beffare il passante con il suo ghigno. E non è la sola: altre due teste son inserite su questo lato del palazzo. Esse sono trofei di guerra provenienti dal palazzo veneziano detto del Pantocratore a Costantinopoli, demolito dai Genovesi nel 1260.
Nella prima immagine qui sotto è scolpita la data "1260" alla destra del leone.
La testa leonina all'angolo destro della facciata di Palazzo San Giorgio (foto di Antonio Figari) |
La testa leonina sopra la porta d'ingresso di Palazzo San Giorgio (foto di antonio Figari) |
La testa leonina all'angolo sinistro della facciata di Palazzo San Giorgio (foto di Antonio Figari) |
3.2 Il leone di San Marco al Molo
In Via del Molo, sul lato sinistro della chiesa di San Marco al Molo, è incastonata una lapide marmorea raffigurante il leone di San Marco, trofeo di guerra proveniente da Pola, portato in città dai Genovesi che nel 1380 saccheggiarono detta città, testimone silenzioso della vittoria dei Genovesi sui veneziani nella battaglia di Chioggia.
Il leone di San Marco presso la Chiesa di San Marco al Molo (foto di Antonio Figari) |
3.3 Il leone di Palazzo Giustiniani
Un secondo trofeo testimonia la vittoria di Chioggia del 1380: è il leone che si trova sulla facciata del Palazzo di Marcantonio Giustiniani, nell'omonima piazza nel centro storico di Genova, trafugato dalle mura di Trieste.
Particolare (foto di Antonio Figari) |
La frase recita:
Il monito alle truppe alleate all'imbocco di vico dei Caprettari angolo piazza Cavour (foto di Antonio Figari) |
Il monito all'imbocco di vico della Stampa angolo piazza Cavour (foto di Antonio Figari) |
Il monito all'imbocco di vico Fornetti angolo piazza Cavour (foto di Antonio Figari |
Il monito all'imbocco di Vico Morchi angolo portici di Sottoripa, imboccando il vicolo da Sottoripa sulla destra (foto di Antonio Figari) |
Il monito in Vico Macelli Soziglia subito prima di giungere in Piazza Soziglia (foto di Antonio Figari) (ringrazio il mio amico Gian Maria che ha scovato questa scritta) |
Il monito all'imbocco di Via Tommaso Reggio angolo Piazza Matteotti (foto di Antonio Figari) |
Oltre alle scritte sui muri, nei vicoli che costituivano il perimetro del centro storico erano presenti altre forme di "avvertimento" scritte dai soldati alleati: nei carruggi di confine più larghi, come in Salita Pollaiuoli, vennero issati grandi striscioni con impresse le parole "OUT OF BOUNDS & OFF LIMITS AREA BEYOND THIS SIGN", mentre all'imbocco dei vicoli più stretti spesso vi era un cavalletto che, come dire, ostruiva la strada e sul quale vi era scritto "DANGER" (pericolo).
Un'immagine di Salita Pollaiuoli del 1945 con il grande manifesto issato dagli alleati (ringrazio Giuseppe Tedde che mi ha donato questa immagine) |
Un'immagine di Vico del Campo fotografato da Via Gramsci con il grande manifesto issato dagli alleati |
Un'immagine di Vico del Campo fotografato da Via Gramsci con il grande manifesto issato dagli alleati |
Esse indicavano la posizione di rifugi antiaerei, le bocchette degli idranti, etc., e vennero pitturate sui muri dei palazzi durante la Seconda Guerra Mondiale dagli uomini dell'U.N.P.A. (Unione Nazionale Protezione Antiarea).
Ecco il significato di queste lettere cerchiate:
- "U.S." l'uscita di sicurezza dei rifugi;
- "I" una bocchetta per idrante con la variante genovese "I m" per indicare che la presenza di una bocchetta dell'acquedotto marino;
- "C" una cisterna d'acqua;
- "P" un pozzo o forse una presa d'acqua non pubblica ma di pertinenza del palazzo;
- "F" simbolo che rimane misterioso (forse "feuerloscher", ovvero estintore in tedesco, oppure fossato o qualcosa riferito a farmacia o farmaci);
- la croce blu su campo bianco (un simbolo che si trova solo a Genova) probabilmente indicava la presenza di un presidio medico nel palazzo.
Purtroppo queste lettere ed il loro significato, ricordo di un passato triste ma importante testimonianza della nostra storia, rimangono ai più sconosciuti e quindi la loro traccia sui muri man mano che passano gli anni è destinata a scomparire.
Nel mio piccolo ho deciso di fare un censimento di tutte quelle che ho trovato in giro per Genova ed invito Voi, miei lettori, a segnalarmene altre.
Eccone alcuni esempi:
Ai piedi delle colonne di un palazzo in Via Maragliano 3 troviamo una "R" cerchiata con freccia e dall'altro lato la freccia (foto di Antonio Figari) |
Particolare della "R" e di una delle frecce in Via Maragliano n. 3 (foto di Antonio Figari) |
Particolare della una delle frecce in Via Maragliano n. 3 (foto di Antonio Figari) |
In Via Frugoni troviamo un simbolo:
In corso Andrea Podestà, invece, sul muro del Palazzo ex Eridania, oggi sede della Facoltà di Scienze della Formazione, potrete notare a fianco del portone, riaffioranti nonostante uno strato di vernice le copra, due lettere, U.S., e un po' più in là verso il ponte monumentale, una "I" cerchiata.
"U.S." (foto di Antonio Figari) |
"I" (foto di Antonio Figari) |
In Via Montaldo al civico 35, sul pilastro alla destra del portone, seminascosta dalla buca delle lettere, si nota una "P" cerchiata e sulla sinistra una freccia.
(foto di Antonio Figari) |
(foto di Antonio Figari) |
- al civico 12A, in mezzo alla facciata alla destra del portone si può notare una croce blu su campo bianco;
(foto di Antonio Figari) |
- al civico 15 sulla facciata alla destra del portone ecco una "P" cerchiata;
(foto di Antonio Figari) |
In Via Francesco Sivori, al civico 8, ci sono due "I" cerchiate.
(foto di Antonio Figari) |
(foto di Antonio Figari) |
In Corso Magenta al civico 27 potrete notare una "P" cerchiata, una delle meglio conservate in città.
(foto di Antonio Figari) |
Via Marcello Durazzo conserva tre simboli della guerra su altrettanti palazzi:
-al civico 1, quasi sull'angolo sinistra della facciata, campeggia una "P" cerchiata;
(foto di Antonio Figari) |
- al civico 3, in mezzo alla facciata alla sinistra del portone, si vede invece U.S. con una freccia verso sinistra e verso il basso;
(foto di Antonio Figari) |
- al civico 7, in parte ricoperto da una recente tinteggiatura, c'è una "P" cerchiata;
(foto di Antonio Figari) |
Splendida era la lettera che si trovava in Piazza Martinez al civico 10r prima che la facciata venisse ridipinta, eccola:
Una "I" con a fianco la "m" per indicare che l'acqua di questo idrante era acqua di mare in Piazza Martinez 10r (foto di Antonio Figari) |
Eccone altre:
Una "P" in Via Acquarone 24 (foto di Antonio Figari) |
Una "R" in Via Andrea Doria 5, unico esemplare genovese ancora esistente di "R" inserita in una freccia (foto di Antonio Figari) |
Una "P" e una freccia in Via Volta alla sinistra dell'ingresso dell'Ospedale Galliera (foto di Antonio Figari) |
In una vecchia foto della Chiesa di San Pancrazio risalente ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, Chiesa che si trova nell'omonima piazza poco distante dai portici di Sottoripa, in mezzo alle macerie, sulla colonna alla sinistra dell'ingresso si può notare una "I" cerchiata. Oggi la facciata della chiesa è restaurata e non vi è più traccia di questo simbolo.
In un'immagine del Teatro Carlo Felice, risalente al periodo dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, si nota, sulla prima colonna a sinistra, una "I" cerchiata.
In Via Fieschi al Civico 15 rosso una "F" cerchiata sembra riaffiorare dal muro incurante del tempo passato da quando è stata disegnata sul muro.
(foto di Antonio Figari) |
Nell'immagine sottostante, raffigurante la parte terminale di Via XX settembre il 25 aprile 1945, si notano in alto a destra sulla facciata del palazzo che fa angolo con Via Fiume una "I" cerchiata e sopra una "R".
In via XX settembre ho scovato, anche grazie al mio amico Gian Maria che oramai per queste cose ha un occhio clinico, molti simboli della guerra; presto caricherò le foto di questi e di altri simboli che si trovano in giro per la città (Via Assarotti, Via Malta, Via Brigate Liguria, Stazione di Brignole, Via Caffaro, Via De Bellis, Viale Franchini a Nervi, Via Arrivabene a Sestri Ponente).
E voi, ne conoscete altri sui muri di Genova?
Vi invito a segnalarmeli e, se potete, a curare la loro conservazione.
6. Le pietre per la protezione degli edifici di valore
Nell'immagine qui di seguito, vedete quel rettangolo sul tetto della Cattedrale di San Lorenzo, sapete il suo scopo?
Ecco la spiegazione:
Ci sono bassorilievi disseminati nei vicoli di Genova che raccontano la grande devozione della città verso San Giorgio.
Il legame della città con questo Santo ha origini molto antiche, quando in città stazionava una guarnigione dell'esercito bizantino il cui vessillo era appunto una croce rossa in campo bianco, conservata nella chiesa intitolata al Santo.
Questa bandiera fu dapprima utilizzata dai pellegrini che si dirigevano in Terra Santa e poi dai Crociati che dall'occidente si mossero per liberare Gerusalemme dagli infedeli. Si narra che San Giorgio apparve ai valorosi crociati genovesi che stavano per dare l'ultimo e decisivo assalto a Gerusalemme, vestito di bianco con una grande croce rossa, incitandoli a seguirlo contro i saraceni.
Il vessillo con San Giorgio, conservato nei secoli nell'omonima chiesa, veniva consegnato con una cerimonia solenne alla nave ammiraglia della flotta delle galee genovesi prima che le stesse partissero alla volta di nuove conquiste per portare nel mondo il nome di Genova e la sua forza e predominanza sui mari. Una volta tornate in patria il vessillo tornava in chiesa seguito da una lunga processione.
I capitani di galee che in queste battaglie si erano distinti per il loro coraggio, portando alto l'onore di Genova, potevano ornare il portone del loro palazzo con l'effigie del Santo.
E così i bassorilievi sopra i portali di alcuni palazzi dei vicoli, che a noi oggi sembrano rappresentare solo un segno di devozione verso San Giorgio, ricordano in realtà che lì era vissuto un valoroso genovese, coraggioso capitano di galea, di cui tutti noi dobbiamo andare fieri per aver contribuito a rendere grande la Superba.
La "pietra" di San Giorgio in Salita San Siro (foto di Antonio Figari) |
La "pietra" di San Giorgio in Piazza Santi Cosma e Damiano (foto di Antonio Figari) |
La "pietra" di San Giorgio in Via Luccoli n. 14 (foto di Antonio Figari) |
La "pietra" di San Giorgio sopra il portale della casa natale di Santa Caterina Fieschi Adorno in Vico degli Indoratori n. 2 (foto di Antonio Figari) |
La "pietra" di San Giorgio in Palazzo Cattaneo della Volta in Piazza Cattaneo (foto di Antonio Figari) |
La "pietra" di San Giorgio in Vico delle Posta Vecchia n. 12 (foto di Antonio Figari) |
La "pietra" di San Giorgio in Vico Casana (foto di Antonio Figari) |
La splendida "pietra" di San Giorgio in Via Canneto il Lungo n. 29 r (foto di Antonio Figari) |
La "pietra" di San Giorgio in Vico delle Mele n. 6, sopra il portale di Palazzo Brancaleone Grillo (foto di Antonio Figari) |
La "pietra" di San Giorgio in Via Prè n. 68 (foto di Antonio Figari) |
La "pietra" di San Giorgio in Via San Sebastiano al civico 4, nell'atrio di quello che fu Palazzo Piuma (foto di Antonio Figari) |
La "pietra" di San Giorgio sopra il portale di Palazzo Doria Danovaro in Salita San Matteo, copia dell'originale trafugato agli inizi del Novecento (foto di Antonio Figari) |
Altri cinque splendidi sovrapporte con San Giorgio sono presenti nei vicoli di Genova: uno in Vico dell'Oliva, uno in Via Canneto il Lungo al civico 67A, uno in Piazza San Matteo sul portale di Palazzo Giorgio Doria, uno, purtroppo ancora esistente solo in parte, in Vico Della Torre di San Luca, uno sul portale di Palazzo Pietro Spinola di San Luca in Piazza di Pellicceria, ed infine un ultimo sul portale di Palazzo Stefano e Felice Pallavicini in Via al Ponte Calvi al civico 3.
Della vita di questo Santo poco sappiamo, se non che fu un soldato originario della Cappadocia che fu martirizzato durante l'impero di Diocleziano.
E' Jacopo da Varigine che nella sua "Leggenda Aurea" narra l'episodio scolpito sulle nostre "pietre": la cittadina di Selem in Libia era perseguitata da un drago che si nascondeva in uno stagno vicino alla città e che con il suo alito uccideva tutte le persone che incontrava quando si avvicinava al centro abitato.
Gli abitanti di Selem, per placare la sua furia, decisero si offrirgli in sacrificio due pecore ogni giorno. Quando però gli ovini cominciarono a scarseggiare, gli abitanti iniziarono a offrire in sacrificio al drago anche persone che venivano sorteggiate a caso ogni dì. Un giorno fu estratta a sorte la figlia del re, la principessa Silene. Fu in quel momento che arrivò a Selem il giovane cavaliere Giorgio il quale disse al Re che se gli abitanti della cittadina avessero abbracciato la Fede Cristiana e si fossero battezzati, egli avrebbe sconfitto il drago. Giorgio affronta il drago che davanti al Santo si ammansisce tanto che Giorgio chiede alla principessa di usare la sua cintola come guinzaglio e di condurre il drago in città. Gli abitanti di Selem, vedendo quanto aveva fatto Giorgio e interpretando questo gesto quale miracolo, si convertirono e Giorgio a quel punto diede il colpo di grazia al drago.
Se Vi fermate ad osservarla con attenzione noterete non una singola scena ma un insieme di azioni: in primo piano, partendo da sinistra, il bue e l'asinello nella capanna, San Giuseppe seduto, Maria che porge il Bambino ai Magi, tre donne in preghiera, l'angelo sopra di loro che annuncia la nascita di Gesù ed accanto a lui un pastore che suona la zampogna, un altro intento a controllare il suo gregge (tra questo pastore e l'angelo potrete notare la stella cometa), un terzo che pota un albero con ai suoi piedi foglie, ghiande e un cane che corre. Segue i Re Magi il loro lungo corteo: tra i tanti personaggi in quest'ultimo un uomo che fa abbeverare al fiume il proprio cavallo.
L'adorazione dei Magi in Via degli Orefici (foto di Antonio Figari) |
Due pastorelli e il loro cane (foto di Antonio Figari) |
Particolare del bassorilievo raffigurante un uomo intento a potare un albero e sull'angolo destro fa capolino un cane che corre (foto di Antonio Figari) |
Particolare del bassorilievo raffigurante un cavallo che si abbevera (foto di Antonio Figari) |
9. La pietra del cittadino Domenico Serra
Questa lapide marmorea sta ad indicare che lì vi era una deviazione dell'acquedotto cittadino richiesta dal Serra che proprio nel 1781 aveva acquistato dagli Spinola Palazzo Baldassarre Lomellini in Strada Nuova (oggi Via Garibaldi civico 12; trovate la storia di questo palazzo al paragrafo 79 nella pagina de i PALAZZI privati (seconda parte).
Il numero 371 è relativo alla deviazione (all'allacciamento): in giro per la città ci sono molte lapidi come questa con indicato il numero ma è raro che sia indicato il nome del proprietario del palazzo che si è allacciato alla condotta l'acquedotto.
La lapide di marmo in salita delle Battistine (foto di Antonio Figari) |
Via del Campo (antica cartolina proveniente dalla Collezione Stefano Finauri) |
Via Conservatori del Mare (antica cartolina proveniente dalla Collezione Stefano Finauri) |
Vico Boccanegra |
Le moderne "mampæ" al Porto Antico(foto di Antonio Figari) |
Lo scoglio Campana in una vecchia immagine del 1870 |
12. La pietra della catena pisana
Il bassorilievo raffigurante il porto di Pisa con le due torri, Magnale e Formice, e la lunga catena stesa tra le stesse (foto di Antonio Figari) |
Particolare del bassorilievo raffigurante le catene del porto di Pisa (foto di Antonio Figari) |
Siamo nel 1290. Sei anni prima, il 6 agosto 1284, i genovesi avevano sconfitto i pisani nella famosa battaglia della Meloria portando a Genova più di novemila prigionieri pisani (da qui il proverbio "chi vuol vedere Pisa vada a Genova") i quali, rinchiusi secondo la tradizione in quello che oggi è detto Campopisano (in realtà le fonti storiche ci dicono che furono rinchiusi in un edificio della zona del Molo), morirono quasi tutti a causa delle condizioni in cui era tenuti (trovate la storia delle loro anime vaganti al paragrafo 6 nella pagina de i FANTASMI di GENOVA).
Il fabbro genovese Noceto Ciarli ebbe un'intuizione illuminante: accendere un fuoco sotto la stessa per renderla incandescente e poterla spezzare sotto il peso delle navi.
Riusciti nel loro intento, i genovesi entrarono in porto, lo rasero al suolo e, come già avevano fatto i romani guidati da Scipione a Cartagine, sparsero del sale sulle sue rovine.
Le catene nel Cimitero Monumentale di Pisa (foto da http://www.francobampi.it/liguria/pezzi/catene/catene_oggi.htm) |
In questo piccolo quadretto, ex voto che si trova nel Convento di Santa Maria di Castello, si notano sul portale della Chiesa alcuni anelli della catena pisana |
Lì rimasero fino al 1860 quando, in nome della fratellanza italiana e per dimenticare antichi dissapori tra le città che nel frattempo si erano unite in un'unica nazione, si decise di restituire tutti gli anelli a Pisa: ora sono conservati nel Cimitero Monumentale di Pisa.
E' un vero peccato che Genova si sia privata di questi singolari trofei di guerra, memorie storiche della supremazia della Superba sui mari, in nome di un buonismo postunitario.
Ci sono ancora tuttavia alcuni anelli che non vennero restituiti a Pisa: quattro sono oggi conservati al Museo Navale di Pegli (provenienti dagli "ospedali civili" ossia l'antico ospedale di Pammatone, sono questi gli unici anelli ancora in città), due a Murta (in realtà si tratta di una copia di essi poichè gli originali furono rubati dagli austriaci nel 1747), e due in facciata della Chiesa di Santa Croce a Moneglia (una lapide a fianco degli anelli ricorda che fu il signor Trancheo Stanco di Moneglia, probabilmente colui che era a capo dei marinai di Moneglia che presero parte alla Battaglia della Meloria, che volle appendere questo piccolo ma molto significativo trofeo di guerra).
Gli anelli della catena del Porto di Pisa conservati a Murta (foto di G.G.) |
Gli anelli della catena del Porto di Pisa in facciata della Chiesa di Santa Croce a Moneglia (foto da https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Moneglia-chiesa_santa_croce-lapide.JPG) |
14. La pietra delle carrozze
Se imboccate da Piazza Caricamento Via al Ponte Reale alzate lo sguardo. Sull'angolo del palazzo destro sopra i portici di Sottoripa potrete notare questa scritta:
15. Le pietre turche di Lepanto
In Santa Maria di Castello, nella cappella dei Ragusani, sono conservate due bandiere: da dove provengono?
E' il 7 ottobre 1571 e le forze navali della Lega Santa infliggono alla flotta dell'impero Ottomano una storica sconfitta a Lepanto.
Genova partecipa alla Lega Santa con 27 galere di cui 11 appartenenti a Gianandrea Doria, pronipote di Andrea, il quale comanda l'ala destra della flotta cristiana.
Le due bandiere, secondo la tradizione, sono state portate a Genova dopo la vittoria nelle acque greche.
Si racconta che esse appartenessero ad Alì Pascià che, per disonore, si suicidò.
Un curiosità: la tinta rossa di queste bandiere, il rosso di kermes, è estratto dalle uova dell'insetto "Coccus Ilicic" usato ancora oggi per la tintura di stoffe.
Le due bandiere turche (foto di Antonio Figari) |
16. Le pietre del Castelletto
Ai lati del portone di Palazzo Gio Carlo Brignole, in piazza della Meridiana, ai piedi dei due grossi telamoni, vi sono due grosse pietre di forma sferica.
Una delle palle di cannone di Palazzo Gio Carlo Brignole (foto di Antonio Figari) |
La seconda palla di cannone di Palazzo Gio Carlo Brignole (foto di Antonio Figari) |
Esse sono due palle di cannone e provengono dal Castelletto, il forte che un tempo dominava la città e che oggi è una spianata (appunto "di Castelletto") dopo che questo baluardo venne raso al suolo.
Mio padre quando ero bambino, per impressionarmi un po', mi diceva sempre di passare lontano da esse poichè erano bombe e potevano esplodere, che dirvi...fate attenzione!
Un'altra palla di cannone, anch'essa proveniente dal Castelletto, è oggi elemento di decoro del terrazzo sul tetto del palazzo che ospita l'uscita superiore dell'ascensore di Castelletto di ponente: la potrete vedere alzando gli occhi proprio sopra l'ingresso dell'edificio.
17. Le pietre austriache nella Valle del Veilino
In Via del Veilino al civico 2, conficcate nel muro di una abitazione sotto un'edicola votiva, ci sono due palle di cannone che vennero qui lanciate dagli Austriaci nel 1747 durante la battaglia combattuta in Val Bisagno tra i Genovesi e appunto gli Austriaci.
Queste due palle di cannone sono pressoché sconosciute (e certo non aiuta il modo in cui sono occultate da vari cavi come potete osservare nella foto qui di seguito). In realtà ebbero come dire il loro momento di popolarità televisiva: nella famosa trasmissione "Lascia o raddoppia?" presentata da Mike Bongiorno un concorrente perse cinque milioni di lire rispondendo "Tre" alla domanda che verteva su quante fossero le palle di cannone austriache murate in Via del Veilino. Io non avrei sbagliato la risposta e voi?
Le palle di cannone austriache in Via del Veilino (foto di Antonio Figari) |
18. Le pietre del Re Sole
Ancora una volta Genova non si fece piegare da forze straniere mantenendo la propria indipendenza.
Qualche tempo dopo fu firmata la pace anche grazie all'intervento di Papa Innocenzo XI al quale Genova si era rivolta: si narra che il Doge, a Parigi alla corte del Re Sole per siglare la pace, alla domanda "cosa la stupisce di più di questo luogo?" rispose " io qui".
La palla di cannone conservata a Santa Maria di Castello (foto di Antonio Figari) |
La palla, piombata in mezzo all'altare della Chiesa dopo aver sfondato la cupola, miracolosamente non esplose: una storia simile a quella della bomba novecentesca in San Lorenzo, anch'essa inesplosa.
Quella conservata in Santa Maria di Castello non è l'unica bomba del 1684 inesplosa ancora conservata nei vicoli di Genova.
Una palla di cannone del Re Sole è custodita a Palazzo San Giorgio: essa, recuperata nello specchio acqueo della Lanterna dal Genio Militare di Genova, fu affidata in custodia all'Autorità Portuale di Genova che ha sede proprio in Palazzo San Giorgio.
La palla di cannone conservata a Palazzo San Giorgio (foto di Antonio Figari) |
Altre due (una intera e parte di un'altra) sono conservate al Galata Museo del Mare nella sala dedicata a questo avventimento storico.
Le palle di cannone conservate al Galata Museo del Mare (foto di Antonio Figari) |
Qualche anno fa fu esposto anche un secondo dipinto, di collezione privata, opera di Jan Karel Donatus van der Beecq, in cui protagonista era la flotta francese schierata davati alla Superba durante il bombardamento: questa tela celebra infatti la potenza della flotta del Re Sole, guidata dall'ammiraglio De Quesne.
Palle di cannone al Museo Diocesano di Genova | |
19. Le pietre del Generale La Marmora
Il Generale Alfonso la Marmora, su incarico del re sabaudo Vittorio Emanuele II, bombardò dal 5 aprile 1849 Genova per 36 ore consecutive dai cannoni delle batterie di San Benigno e del Forte Tenaglia.
Qualche anno fa in Piazza Corvetto è stata posta una lapide marmorea in ricordo di questo tristissimo avvenimento "forzosamente" dimenticato nella storia del Risorgimento italiano.
Se i genovesi conoscessero questo evento storico probabilmente a furor di popolo sarebbe abbattuta la statua del re che troneggia in mezzo a Piazza Corvetto: è un po' come se avessimo eretto una statua al Re Sole dopo che con le sue navi ci ha bombardato per giorni interi (trovate questa storia nel paragrafo precedente)!
Il monumento a Vittorio Emanuele II (foto di Antonio Figari) |
Ancora oggi si possono osservare cinque palle di cannone murate: una in vico dei Cartai accanto ad un'edicola votiva, una all'ingresso del civico 23 di Via di Porta Soprana, una in una abitazione in Campetto, una in Via XXV aprile angolo Vico dei Parmigiani, ed una in Via di Mascherona sotto un'edicola votiva.
La palla di cannone murata in Vico dei Cartai (foto di Antonio Figari) |
La palla di Cannone in Via di Porta Soprana (foto di Antonio Figari) |
La palla di cannone in Campetto (foto da http://www.francobampi.it/liguria/sacco/bomba1.htm) |
La palla di cannone all'angolo tra Via XXV aprile e Vico dei Parmigiani (foto di Antonio Figari) |
La palla di cannone in Via di Mascherona (foto di Antonio Figari) |
20. Le pietre del bombardamento inglese del 9 febbraio 1941
Il 9 febbraio 1941 alle 8:15 inizia un pesante bombardamento su Genova ad opera degli inglesi: tra i tanti, un proiettile da 381 mm, tirato dai cannoni della corazzata "HMS Malaya" o dell'incrociatore da battaglia "HMS Renown", sfonda il tetto della Cattedrale di San Lorenzo e cade a terra senza esplodere.
In realtà, quello che vediamo esposto in San Lorenzo, intatto, è un proiettile identico a quello caduto sulla Cattedrale il quale, miracolosamente inesploso, fu fatto brillare in mare. Le cronache dell'epoca infatti raccontano che "sotto la direzione delle autorità militari preposte alla difficile e pericolosa operazione, è stato rimosso da S. Lorenzo il proiettile rimastovi inesploso la mattina del 9. A mezzo di grue costruita appositamente da artiglieri e da operai specializzati nell'interno del duomo, il proiettile a cui era stata tolta la spoletta, è stato sollevato e caricato su un carrello con le ruote di gomma, quindi trasportato fuori dalla Chiesa, dove, a mezzo della grue dei Vigili del Fuoco, è stato susseguentemente trasbordato sopra un autocarro che si è poi diretto al mare. Il micidiale ordigno è stato caricato poi su una chiatta e trasportato al largo, dove è stato gettato in mare. La difficoltosa operazione è costata cinque ore di lavoro." (Secolo XIX, 18 febbraio 1941).
La lapide che è accanto al proiettile, che lo descrive come il proiettile originale, andrebbe quindi modificata.
Poco importa in realtà che sia l’originale o una copia, quello che importa davvero è ciò che il "proiettile", o "bomba" che dir si voglia, significa per noi genovesi: un ricordo indelebile di quello che fu la guerra per la nostra città ed in particolare quel 9 febbraio 1941 quando le bombe inglesi fecero morti e feriti in tutta la città, ed allo stesso tempo un evento miracoloso che preservò San Lorenzo dalla distruzione.
Questo che Vi ho appena raccontato è il proiettile più famoso e conosciuto da tutti, ma non l'unico presente a Genova.
Un proiettile da 381 mm, gemello di quello di San Lorenzo, cadde non lontano dalla Cattedrale, nel Palazzetto Criminale in Via Tommaso Reggio.
Oggi, nel cortile di questo palazzo, è conservata l'ogiva di quel proiettile.
All'Ospedale Galliera un proiettile cadde sul padiglione 7 uccidendo 19 persone i nomi delle quali sono ricordate in una lapide marmorea davanti alla quale, su un piccolo piedistallo, sono conservati i resti del cappuccio tagliavento deformato del proiettile stesso.
Non appena avrò la certezza di quanto raccontatomi, Ve ne renderò partecipi.
21. La pietra ferita di guerra
Palazzo Doria, Via Garibaldi n. 6: se alzate lo sguardo, alla sinistra del portale di ingresso potrete notare un buco in facciata con una scritta sotto: è una ferita della seconda guerra mondiale che non è stata riparata ma lasciata lì a monito per i posteri con la scritta "dagli amici mi guardi Iddio" .
La ferita di guerra sulla facciata di Palazzo Doria (foto di Antonio Figari) |
22. La pietra simbolo dei Liguri
In Via San Pietro della Porta, poco prima di arrivare all'archivolto, una volta porta della città, c'è questa antica lapide muraria raffigurante un vescovo, probabilmente San Siro e accanto a lui due animali: cosa rappresentano queste creature?
Sono due cigni, simbolo del popolo dei Liguri. Perché questo animale è il simbolo del nostro popolo?
Un'antica leggenda racconta di un re ligure: Cigno. Egli disperato per la perdita della sua sposa fu trasformato per pietà dagli Dei in un cigno. Cupavo, suo figlio, decise di onorare il padre ornando il suo elmo con piume di questo elegante pennuto e forse è proprio questo il simbolismo che si nasconde dietro questa lapide nel centro storico.
Per altri invece gli elmi, con una piccola croce nel centro ed i cigni che si elevano da essi, potrebbero rappresentare i valorosi liguri che partirono per le Crociate.
San Siro e i simboli dei Liguri (foto di Antonio Figari) |
23. La pietra del Melograno
Il melograno di Palazzo Ottavio Imperiale (foto di Antonio Figari) |
Questo palazzo è noto ai più come "Palazzo del Melograno": sopra il portale infatti cresce rigogliosa una pianta di melograno: si narra che quattrocento anni fa un seme di questa pianta, trasportato dal vento di tramontana, arrivò sul frontone di questo palazzo e lì trovò il luogo giusto dove crescere. La leggenda vuole che fino a quando il melograno ci sarà Genova prospererà, e quando esso morirà la Superba andrà in rovina.
24. La pietra del Gas
(foto di Antonio Figari) |
25. Le pietre dei "Guardiani della Galleria"
Un antica immagine della Galleria Regina Elena in Piazza Corvetto in una cartolina proveniente dalla collezione R. Budmiger |
Il 28 ottobre 1929 vennero collocate sopra la galleria Regina Elena, oggi dedicata a Nino Bixio, che collega Piazza Corvetto a Piazza Portello, due statue opere di Eugenio Baroni, famoso per esser l'autore del monumento dei Mille a Quarto, ma anche di molte statue nel Cimitero di Staglieno.
Essi sono i due più illustri eroi liguri della storia: alla destra Guglielmo Embriaco, alla sinistra Andrea D'Oria.
L'Embriaco, vestito di una cotta di maglia con una grossa croce al centro, lo sguardo al cielo, la spada avvolta da un ramo di alloro, e ai piedi un elmo saraceno, in ricordo delle sue vittorie sugli infedeli in Terra Santa.
Andrea D'Oria, ritratto in tarda età in un'armatura cinquecentesca, stringe con la mano destra la spada e con la sinistra la sua barba; ai suoi piedi un delfino a simboleggiare il rapporto del grande ammiraglio con il mare.
Guglielmo Embriaco (foto di Antonio Figari) |
Andrea D'Oria (foto di Antonio Figari) |
26. Le pietre delle colonne infami
A metà di Via del Campo c'è una fontana che occupa lo spazio dove precedentemente sorgeva il palazzo di Giulio Cesare Vacchero. Quest'ultimo fu protagonista di una congiura contro il governo genovese, appoggiata dal duca di Savoia Carlo Emanuele I. Tradito da uno dei suoi compagni di congiura, Gianfrancesco Rodino, il quale rivelò il piano al doge Gian Luigi Chiavari, Vacchero fu condannato a morte e il suo palazzo fu raso al suolo.
PERDITISSIMI HOMINIS
INFAMIS MEMORIA
QUI CUM IN REMPUBLICAM CONSPIRASSET
OBTRUNCATO CAPITE PUBLICATIS BONIS
EXPULSIS FILIIS DIRUTAQUE DOMO
DEBITAS POENAS LUIT
A.S.MDCXXVIII
La Colonna "Infame" dedicata a Giulio Cesare Vacchero (foto di Antonio Figari)
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La torre nolare di San Donato (foto di Antonio Figari) |
La torre nolare di San Donato (di cui trovate la storia nella pagina de i CAMPANILI di GENOVA) fu muta testimone nel 1650 delle vicende del nobile Stefano Raggi, discendente di quello Stefano Raggi che, nel Cinquecento, commissionò al fiammingo Joos van Cleve, per la sua cappella di famiglia, lo splendido Trittico dell’Adorazione dei Magi, ancora oggi conservato in San Donato.
Venuto a sapere di essere ricercato dalle Pubbliche Autorità a causa di una rissa da lui provocata, il Raggi, uomo iracondo e facile all’ira, decise di rifugiarsi nella torre nolare: da lì riuscì a difendersi ed a sfuggire alla cattura prendendo ad archibugiate chiunque tentasse di avvicinarsi.
Passò non molto tempo e il figlio del Raggi venne messo al bando dal Doge Giacomo De Franchi Toso. Stefano Raggi criticò apertamente la decisione del Doge e quest’ultimo emise l’ordine di farlo arrestare.
Sorpreso nella sua casa, lo stesso venne condotto nella Torre Grimaldina di Palazzo Ducale con l’accusa di essere in procinto di compiere un colpo di Stato.
Il Raggi decise che era ora di farla finita: fattosi portare dalla moglie un crocifisso nel quale era celato un piccolo stiletto, si suicidò.
Il suo corpo, come si soleva fare con i traditori della Repubblica ed i peggiori criminali, fu esposto davanti al Palazzo Ducale.
Dopo la sua morte, la Repubblica comminò una punizione esemplare che fosse da monito a chi pensasse di compiere un gesto simile: i suoi figli furono messi al bando e privati dei loro titoli nobiliari, le sue proprietà confiscate e la sua dimora, che sorgeva non lontano dalla Chiesa di San Donato, fu rasa al suolo e al suo posto venne eretta una colonna infame (un epilogo simile a quello che toccò al più famoso Giulio Cesare Vacchero, le cui vicende ancora oggi sono ricordate da una “colonna infame” che sorge in Piazza Vacchero).
A differenza di quella del Vacchero, la colonna infame del Raggi oggi non esiste più e quasi nessuno conosce la storia di quest’uomo. I libri ci tramandano quanto scritto su questa colonna:
(a memoria perpetua di Stefano Raggi, incarcerato per il crimine di lesa Maestà, che si diede la morte conscio del delitto, impiccato il cadavere sulla forca, banditi i figli e privati della nobiltà, confiscati i beni distrutte le case di quest’uomo scelleratissimo ed imprudente e diversissimo nei costumi dalla sua stirpe. Anno 1650)
Si dice che il fantasma di Stefano Raggi vaghi ancora per San Donato e che lo si possa intravedere in autunno, al tramonto, avvolto in una tunica rossa (vi rimando alla pagina dedicata a i FANTASMI di GENOVA per approfondire questa storia).
(Foto di Antonio Figari) |
La data incisa in alto a sinistra, 1981, mi fa riflettere: è l'anno della mia nascita, quasi a significare che la mia generazione non potrà mai vedere la bellezza dei quartieri distrutti dei nostri vicoli.
Se guardiamo poi come sono diventate zone come Via Madre di Dio ci rendiamo ancora più conto di cosa abbiamo perduto in nome della modernità e del progresso, che spesso sono solo sinonimi di ignoranza e avidità.
Nel 1990 sopra la moderna Colonna infame venne posta un'altra lapide con le parole con cui il poeta Francesco Petrarca, di passaggio a Genova nel 1358, descrisse la nostra città.
Cosa ci siamo persi?
Ecco alcuni immagini di una Genova che non c'è più:
Via Fieschi e Via Madre di Dio |
Via Fieschi e la Chiesa di Santa Maria dei Servi |
Chiesa di Santa Maria dei Servi nel 1925 |
Cartina della zona di Via Madre di Dio |
Via dei Servi e sulla sinistra i Lavatoi opera del Barabino |
Piazza dei Truogoli del Colle e sullo sfondo Piazza Bonifazio |
Borgo Lanaiuoli e, sulla destra, la mole del Teatro Apollo |
La Montagnola dei Servi e in primo piano lavatoi pubblici |
Piazzetta dei Librai |
La casa di Paganini in Vico Gattamora |
Uno scorcio di Via Madre di Dio |
Un'altro scorcio di Via Madre di Dio |
Vico Dritto Ponticello fotografato verso Porta Soprana |
Vico Dritto Ponticello fotografato verso Piazza Ponticello |
Salita alla Chiesa di Sant'Andrea |
Chiostro di Sant'Andrea |
Demolizione del colle di Sant'Andrea |
Un'immagine di Piazza Ponticello |
Un'altra immagine di Piazza Ponticello |
Salita dei Cannoni |
Salita dei Tintori |
Passo delle Fucine |
Case in Via Bartolomeo Bosco |
1890: demolizione dell'Ospedale degli incurabili per la realizzazione di via Ettore Vernazza |
27. La Pietra dell'Immunità
(Foto di Antonio Figari) |
Una lapide del tutto simile con le stesse parole è incastonata nel muro interno del chiostro delle Vigne.
28. Le pietre a guisa di braccia
Ci sono pietre nei vicoli, scolpite in blocchi di marmo, che indicano gli edifici di proprietà pubblica.
Quest’usanza era diffusa già nel Medioevo e continuò per i secoli a venire: a qualche metro di altezza, in mezzo alla facciata, veniva inciso un braccio e una croce.
Nei vicoli ancora oggi si può osservare un esempio di questa antica usanza: un braccio scolpito nella facciata laterale destra della Cattedrale di San Lorenzo (a poca distanza dal famoso “Arrotino”) che tiene tra le dita una croce indicava appunto che quell'edificio era di proprietà pubblica.
Non manca però anche una suggestiva ipotesi che ritiene invece che il braccio di San Lorenzo, come la scacchiera posta sulla facciata sinistra della Cattedrale (di cui vi parlo nel paragrafo dedicato a San Lorenzo nella pagina de le CHIESE di GENOVA) ed altri simboli posti sulle facciate delle chiese genovesi, siano simboli da ricondurre ai Cavalieri Templari.
Il braccio in facciata di San Lorenzo (foto di Antonio Figari) |
In Piazza della Posta Vecchia, all'angolo di un palazzo, ad una decina di metri di altezza, sono scolpite due braccia che si guardano e sembrano chiudere un ipotetico perimetro. In questo caso esse stavano ad indicare che i confini di proprietà dei possedimenti della famiglia Spinola.
La testa di Piazza Cavour come appare alzando gli occhi nei pressi della Casa del Boia, tra le barriere della Sopraelevata (foto di Antonio Figari) |
La mia curiosità dovette aspettare qualche anno e il ritrovamento fortunoso di un vecchio libro che avevo in casa, una delle tante "bibbie" che esplorano a fondo il centro storico di Genova.
Si dice che nei vicoli di Genova siano incastonati dei volti umani: secondo una teoria essi rappresenterebbero il volto di Giano, il leggendario fondatore di Genova, la quale deriverebbe proprio da lui il suo nome.
Oltre a quella in Piazza Cavour finora ho trovato solo un'altra testa beffarda incastonata in un palazzo: essa si può osservare dal Chiostro dei Canonici in Via Reggio alzando lo sguardo verso est.
La mia ricerca non finisce qui: continuerò a camminar con naso all'insù e se troverò qualche altro volto ve ne darò notizia.
La testa in Via Reggio (foto di Antonio Figari) |
30. Le pietre che furono volti
E dopo avervi raccontato delle strane figure incastonate nei palazzi genovesi, fatte di pietra, è ora giunto il momento di narrarVi delle teste che di pietra hanno solo l'aspetto, poichè non respirano più.
Eh sì, una volta respiravano attaccate ai corpi di coloro che dalla Repubblica venivano condannati a morte.
La macabra scena era visibile a Porta Soprana: tra le due torri vi era un piccolo edificio ad un piano, sopraelevato poi nell'ottocento, che oggi non esiste più, nel quale abitava il boia e all'interno del quale, durante i restauri, è stato ritrovato anche lo strumento del mestiere: la ghigliottina.
Monumento a Balilla in Piazza Portoria (foto di Antonio Figari) |
Giuseppe Comotto, Rivolta in Portoria, Museo del Risorgimento, Genova |
La lapide marmorea nel punto esatto in cui si impantanò il mortaio in mano agli austriaci (foto di Antonio Figari) |
Sicuramente sarei venuto a far un giretto qui più volentieri in quell'epoca seguendo i profumi che si spandevano nell'aria come un'ape che punta al polline dei fiori in primavera.
Visione notturna di Piazza della Giuggiola (foto di Antonio Figari) |
Il giuggiolo in Piazza della Giuggiola (foto di Antonio Figari) |
Un ramo carico di giuggiole (foto di Antonio Figari) |
Giuggiole cadute per terra (foto di Antonio Figari) |
I rami del giuggiolo carichi di guggiole si confondono con la loro ombra (foto di Antonio Figari) |
33. La pietra dei dragaggi
I dragaggi del porto di Genova e le esplosioni che scuotono i palazzi dei vicoli son un argomento molto attuale. In realtà sono secoli che con periodicità la città di Genova provvede all'abbassamento dei fondali del porto.
La lapide che ricorda i dragaggi nel porto di Genova (foto di Antonio Figari) |
34. Le pietre antiche della Via Aurea
Resti di muri ottocenteschi sotto Via Garibaldi (foto di Antonio Figari) |
L'antico selciato di Via Garibaldi (foto di Antonio Figari) |
Particolare dell'antico selciato di Via Garibaldi (foto di Antonio Figari) |
Settembre 2013: nel tratto di Via Garibaldi davanti a Palazzo Lercari Parodi è venuto alla luce un altro tratto dell'antico selciato purtroppo ricoperto dopo pochi giorni, eccolo:
Il tratto dell'antico selciato venuto alla luce davanti a Palazzo Lercari Parodi (foto di Antonio Figari) |
In giro per i vicoli, agli angoli delle strade sotto le edicole votive, una volta vi erano molte cassette per le elemosine murate nelle antiche pietre dei palazzi nobiliari.
Ancora oggi alcune di esse sopravvivono nel centro storico della Superba anche se, persa la loro antica funzione, sono spesso abbandonate e trascurate, testimoni silenziosi della carità e della devozione dei genovesi.
La più famosa, forse per la sua collocazione, è la cassetta posta sotto la splendida edicola votiva all'angolo tra Via di San Pietro della Porta e Via dei Conservatori del Mare.
La cassetta per le elemosine in Via di San Pietro della Porta (foto di Antonio Figari) |
La cassetta per le elemosine all'angolo tra Via della Maddalena e Via della Posta Vecchia (foto di Antonio Figari) |
Una terza cassetta "sopravvive" in Via Giustiniani, quasi all'angolo con Via Chiabrera, incastonata nella facciata di Palazzo Giustiniani Franzoni, sotto un'edicola votiva con al centro un bellissimo tondo con la Madonna. Purtroppo di questa cassetta rimane solo il "buco" ed il segno delle cerniere dello sportello di metallo che permetteva la sua chiusura.
La cassetta per le elemosine in Via Giustiniani (foto di Antonio Figari) |
La quarta cassetta da me censita si trova in Piazza Santa Maria degli Angeli: posizionata sotto un'edicola votiva oggi vuota, reca una scritta (ELEMOSINA NRA SIGNORA) e una data (1815).
L'edicola vuota e sotto quel che rimane dell'antica cassetta per le elemosine (foto di Antonio Figari) |
L'antica cassetta per le elemosine (foto di Antonio Figari) |
La piccola lapide sotto la cassetta (foto di Antonio Figari) |
La quinta cassetta che ho trovato nel peregrinare giornaliero nei "miei" vicoli è sita in Via delle Grazie, sotto l'edicola votiva posta all'angolo tra questa via e Via San Bernardo: di essa rimane, come per la cassetta di Palazzo Giustiniani Franzoni, solo il "buco" in facciata dove la cassetta era alloggiata.
Quel che rimane della cassetta per le elemosine di Via delle Grazie (foto di Antonio Figari) |
Quel che resta delle due cassette per le elemosine di Vico delle Cinque Lampadi (foto di Antonio Figari) |
Quel che resta della cassetta per le elemosine alla destra del portale laterale della Chiesa delle Vigne (foto di Antonio Figari) |
Altre cassette per le elemosine sono poste rispettivamente in Piazza della Lepre angolo Vico della Lepre, in Vico Gesù, in Vico degli Indoratori angolo Via dei Conservatori del Mare e le ultime due in Vico del Filo angolo Vico delle Cinque Lampadi, tutte sotto altrettante edicole votive.
37. La pietra dell'antica numerazione civica
Non so se vi è mai capitato di passeggiar per Venezia e cercare un determinato numero civico. Lì, a differenza delle altre città europee e non solo, si segue ancora un antico sistema basato non sulla suddivisione in vie ma in sestieri: e così dovrete cercare non un civico particolare in una certa via ma un numero civico all'interno di un intero quartiere.
Ebbene, se la cosa vi sembra strana sappiate che anche Genova fino a qualche secolo fa adottava questo sistema.
C'è un palazzo dei vicoli che reca ancora in facciata, accanto al portone di pietra nera, il numero riferito all'antica numerazione civica per sestieri, è Palazzo di Negro in Piazza della Lepre n. 9, o, se volete, al n. 400 del Sestiere della Maddalena: insomma, due numeri, un solo luogo!
La doppia numerazione di Palazzo di Negro in Piazza della Lepre (foto di Antonio Figari) |
38. Le pietre scheggiate dai proiettili
Capita qualche volta di imbattersi in anziani che decidono di lasciarti un racconto della loro gioventù vissuta tra le bombe della Seconda Guerra Mondiale, quando poco più che bambini, si andava a giocare in mezzo alle macerie dei palazzi dei vicoli e si assisteva a sparatorie ed imboscate anche nel bel mezzo della città. E' così che ho scoperto che, in una delle zone più eleganti e tranquille della Superba, negli anni della guerra, ci furono sparatorie di cui rimangono ancora segni visibili.
Se vi capita di passare in Corso Solferino osservate attentamente le inferiate lungo la scalinata che conduce in Via Palestro: ebbene, due di esse (non vi dico esattamente quali, aguzzate la vista!) portano ancora i segni dei proiettili di una sparatoria che qui ebbe teatro durante il secondo conflitto mondiale.
(foto di Antonio Figari) |
(foto di Antonio Figari) |
39. La pietra che fu orologio ed il compositore
Il timpano del Teatro Carlo Felice (foto di Antonio Figari) |
In principio questo spazio ospitava la raffigurazione dello stemma civico cittadino, solo in seguito si decise di porre nel mezzo un orologio, la cui cornice è ancora oggi visibile, che divenne presto il regolatore ufficiale del tempo nel centro cittadino.
Si racconta che anche Giuseppe Verdi, che qui era solito passare, magari dopo essersi gustato un ottimo Falstaff dai Fratelli Klainguti di cui il compositore andava ghiotto (come descritto nella pagine de le BOTTEGHE storiche al paragrafo 19, dedicato alla Pasticceria dei Fratelli Klainguti) regolasse i propri orologi da tasca (Verdi ne era un collezionista e ne aveva sempre quattro in tasca) adeguandoli all'ora del grande quadrante che troneggiava nel centro del timpano, come potete vedere in questa antica immagine:
Oggi purtroppo rimane solo uno spazio vuoto a ricordare quello che fu uno degli strumenti fondamentali per regolare il tempo nella vita cittadina.
Il quadrante vuoto di quello che fu l'orologio del Carlo Felice (foto di Antonio Figari) |
(foto di Antonio Figari) |
Avete mai notato questo zoccolo di marmo sporgente posto in un angolo di Palazzo Interiano Pallavicino, poco distante da dove un tempo sorgevano le cosiddette "Fontane Marose"?
La sua funzione è tutt'altro che estetica: esso serviva ad evitare che questo angolo fosse usato a mo' di orinatoio.
"Riempire", per così dire, gli angoli dei palazzi dei vicoli con pietre, inferiate o con pregiati marmi come in questo caso, era quindi un metodo per preservare gli ambienti dal fetore e dalle malattie, in un'epoca nella quale non era difficile scorgere nelle locande persone che utilizzavano per i loro bisogni impellenti i muri interni delle stesse, come ci testimoniano le immagini nei quadri e nelle stampe.
Questa pietra non è l'unica "pietra igienica" presente nei vicoli: ce n'è una simile con decorazioni analoghe in Via San Siro, altre due lisce in Via Balbi ai lati dell'ingresso del Collegio dei Gesuiti, odierna sede della Facoltà di Giurisprudenza e altre che man mano che fotograferò qui Vi riporterò.
In Vico della Neve c'è invece un esempio di inferriate poste negli angoli sotto le colonne sporgenti aventi la stessa funzione igienica.
La lapide marmorea di Via Scurreria (foto di Antonio Figari) |
42. La pietra di Mazzini
Giuseppe, pensieroso e con le mani conserte, ha in mano dei fogli, forse un proclama da leggere. Alla base della colonna vi sono due figure allegoriche: a destra il Pensiero, rappresentato da una figura femminile pensierosa con gli occhi fissi e lo sguardo malinconico, e sulla sinistra l'Azione, rappresentata da una figura maschile che con il braccio destro addita lo stendardo con il motto "Dio e Popolo".
C'è un altra versione più colorita, raccontata dai vecchi genovesi: si dice che Mazzini, colto da un improvviso ed urgente "bisogno", stia pensando dove farla. Giuseppe ha sotto braccio la carta, e la figura sotto di lui gliene porge altra. Il Re, accortosi dell'imprevisto occorso al Mazzini, gli porge il cappello (visto l'odio dei Genovesi per quel re che fece bombardare Genova chissà quanti vorrebbero fargliela nel cappello!).
Alla scena assiste, con disappunto e sguardo severo, la madre di Mazzini, Maria Drago, il cui busto e' posizionato tra il figlio e il re.
Ora che anche voi conoscete questa versione dei fatti forse come me guarderete queste statue con aria diversa e ci farete su una risata.
Monumento a Giuseppe Mazzini (foto di Antonio Figari) |
Il busto di Maria Mazzini (foto di Antonio Figari) |
Il monumento a Vittorio Emanuele II (foto di Antonio Figari) |
La lapide marmorea all'imbocca di Vico dei Griffoni (foto di Antonio Figari) |
"E' vietato il passaggio ai veicoli e carretti a mano": così e' inciso in due piccole "pietre parlanti" in marmo all'imbocco di Via Canneto il Curto sia provenendo da Via San Lorenzo che da Piazza Cinque Lampadi.
Il perché di questo divieto e' presto spiegato: un tempo Canneto il Curto era la prima via carrabile a nord dei portici di Sottoripa che, partendo da Piazza San Giorgio, tagliava da est a ovest i vicoli per poi proseguire in Via San Luca, Via del Campo e Pre'.
Data la sua importanza per i trasporti cittadini questa strada veniva riservata ai veicoli più veloci condotti dagli animali.
I carretti condotti a mano invece dovevano transitare in altre vie.
Ecco le due "pietre parlanti":
La "pietra parlante" in Canneto il Curto angolo Via San Lorenzo (foto di Antonio Figari) |
La "pietra parlante" in Canneto il Curto angolo Piazza Cinque Lampadi (foto di Antonio Figari) |
In Via Roma, su una colonna di uno dei fornici di Galleria Mazzini, c'è ancora appeso un vecchio cartello, saldamente ancorato al marmo, che recita: "Vietata la circolazione dei cani in Galleria Mazzini."
Questo antico e oramai non rispettato divieto, come recita la scritta in basso a destra del cartello, è un Decreto del Sindaco (D.S.) del 23 febbraio 1922.
La "pietra parlante" in Via Roma sulle colonne i Galleria Mazzini (foto di Antonio Figari) |
46. Le pietre che battono i portoni
Come avrete capito mi sto riferendo ai battenti: di diverse forme e dimensioni, essi sono piccole opere d'arte che riflettono la bellezza del palazzo a cui sono legate.
I battenti persero la loro funzione con l'avvento dell'elettricità che portò con sè l'innovazione dei campanelli acustici.
Di seguito troverete una piccola selezione dei più belli che ho "incontrato" nei vicoli, o meglio, quelli che più mi piacciono, alcuni li avrete visti di sicuro, come quello di Palazzo Ducale (che mi ha sempre affascinato e che da piccolo avevo soprannominato "il tritone in altalena") o di Palazzo Imperiale in Campetto, altri invece sono inchiodati su palazzi meno conosciuti, eccoli:
Il battente a guisa di Tritone sul portone di Palazzo Ducale (foto di Antonio Figari) |
Il battente sul portone di Palazzo Imperiale in Campetto (foto di Antonio Figari) |
Il battente sul portone del palazzo di Vico Fasciuole al civico 14 (foto di Antonio Figari) |
Il battente sul portone del palazzo in Piazza Pinelli al civico 1 (foto di Antonio Figari) |
Il battente sul portone del palazzo in piazza Pinelli al civico 3 (foto di Antonio Figari) |
Il battente sul portone di palazzo Stefano Squarciafico in Piazza Invrea (foto di Antonio Figari) |
Il battente sul portone di palazzo De Franchi in Piazza San Giorgio (foto di Antonio Figari) |
Il battente sul portone di palazzo Cattaneo in Piazza Cattaneo (foto di Antonio Figari) |
Di seguito ecco le foto dei due battenti sul portone di Palazzo Nicolosio Lomellino al civico 7 di Via Garibaldi, gli unici nella Via Aurea che si discostano dai tradizionali batacchi ad anello: essi sono esempi di quei battenti a guisa di animali mostruosi o maschere sbeffeggianti che erano inchiodate agli antichi portoni per tenere lontani gli spiriti malvagi e come monito per i nemici e tutti coloro che stavano per varcare la soglia del palazzo.
Uno dei battenti sul portone di palazzo Lomellino in Via Garibaldi al civico 7 (foto di Antonio Figari) |
L'altro battente sul portone di palazzo Lomellino in Via Garibaldi al civico 7 (foto di Antonio Figari) |
47. La pietra del pozzo di San Siro
La lapide che ricorda il luogo ove era ubicato il pozzo in San Siro (foto di Antonio Figari) |
Il pozzo venne murato nel 1347 per volere del Doge Giovanni da Murta e in seguito una lapide (quella ancora oggi visibile) venne collocata nel quale lo stesso sorgeva.
La cacciata del Basilisco deve essere interpretata come la vittoria della Fede Cristiana contro la nascente eresia ariana: l’orrido fiato della bestia rappresenta le false ideologie e gli artigli delle zampe il pericolo di essere catturati e avvolti da queste credenze.
Il miracolo del Basilisco è raffigurato nel catino absidale della chiesa di San Siro, a pochi passi dal sopra descritto pozzo, mentre in due splendide pale d'altare, una conservata nella Chiesa di San Siro di Struppa e l'altra nella Chiesa Plebana di San Siro a Nervi, l'orrida bestia è raffigurata ai piedi di San Siro.
Una foto di Piazza Caricamento, scattata da Alfred Noack Piazza nel 1880 circa, nella quale si nota una moltitudine di carretti |
Ancora oggi sono visibili sui lati di alcuni paletti in pietra sotto i portici i segni dei mozzi delle ruote di questi carretti che a furia di scontrarsi contro i paletti stessi hanno nei secoli scalfito la parte centrale degli stessi.
Uno dei paletti in Sottoripa scalfiti dai carri (foto di Antonio Figari) |
49. La pietra dell'albero di vite
Quando associamo la parola vigna ai vicoli di Genova, subito ci viene in mente la zona detta "delle Vigne", dove anticamente erano coltivati appunto, gli alberi di vite, prima che questa zona fosse inglobata nella città, perdendo la sua vocazione rurale.
Troviamo alberi di vite nei giardini rinascimentali genovesi, dove spesso splendidi pergolati eerano ricoperti da questa pianta, e nei giardini pensili nei palazzi nobiliari nei vicoli.
Fino a pochi anni fa sopravviveva una antica vite in Piazza Leccavela che, come potete vedere nella foto qui di seguito, si arrampicava lungo la facciata di un palazzo arrivando al terrazzo dell'ultimo piano. Purtroppo oggi di essa non rimane traccia.
Tralci di vite sono poi scolpiti sull'altare della Basilica delle Vigne, a perenne ricordo di questa antica pianta che aveva dimora proprio dove oggi sorge questa splendida Chiesa.
L'albero di vite in Piazza Leccavela (foto di Antonio Figari) |
50. Le pietre d'inciampo
Ci sono pietre parlanti nel centro di Genova che ci narrano gli orrori del Novecento: si tratta delle pietre d'inciampo (in tedesco "Stolpersteine") che commemorano il destino delle vittime della Shoah.
Pensate, ideate e collocate in loco dall'artista tedesco Gunter Demning, che in Europa ha già posato più di 71.000 pietre (numero rilevato all'inizio del 2019), a Genova ve ne sono ventiquattro posizionate in dodici diversi punti della città.
La pietra d'inciampo in ricordo di Reuven Riccardo Pacifici (foto di Antonio Figari) |
La seconda è stata posata il 7 marzo 2013 in Via Roma al civico 1 in ricordo di Giorgio Labò, che qui visse con la famiglia: studente di architettura nato a Modena e vissuto a Genova, giovanissimo si unì alla Resistenza e fu ucciso al Forte Bravetta a Roma il 1° febbraio 1944; per i suoi meriti gli venne conferita la medaglia d'oro al valore militare.
La città di Genova a Labò ha dedicato una piazza, a due passi da dove abitava: si tratta dello piccolo slargo tra Galleria Mazzini e il teatro Carlo Felice.
Nel 1983 è stata costituita a Genova una fondazione che fu intitolata a lui e a suo padre, Mario Labò, una delle personalità più rilevanti nel campo delle ricerche sull'architettura e sulla città: la "Fondazione Mario e Giorgio Labò, Centro di Ricerca sulle trasformazioni urbane e territoriali".
La pietra d'inciampo in ricordo di Giorgio Labò (foto di Antonio Figari) |
La pietra d'inciampo in ricordo di Ercole De Angelis (foto di Antonio Figari) |
Una quarta pietra d'inciampo è stata collocata nel 2020 in Corso Montegrappa al civico 37 in ricordo di Italo Vitale, nato a Genova il 1° agosto 1886, che qui abitava: arrestato il 10 dicembre 1943, fu dapprima condotto nel Carcere di San Vittore a Milano e poi deportato ad Auschwitz. Morì durante il trasportoverso il campo di concentramento come ci ricorda la "sua" pietra.
Il 25 gennaio 2022 sono state posizionate altre sei pietre d’inciampo: due in Salita San Francesco al civico 7, a ricordo dei coniugi Emanuele Cavaglione e Margherita Segre Cavaglione, e quattro in Via Giovanni Bertora, a fianco alla Sinagoga, ai piedi del monumento a ricordo del Rabbino Riccardo Pacifici, in memoria della famiglia del custode del tempio israelitico, Albino Polacco, la moglie Linda e i figli Carlo e Roberto.
I coniugi Emanuele Cavaglione (nato a Genova il 17 marzo 1880) e Margherita Segre Cavaglione (nata a Casale Monferrato il 30 novembre 1893), che abitavano in Salita San Francesco, furono arrestati il 7 marzo 1944 e in seguito deportati nel campo di concentramento di Auschwitz perché traditi da delatori italiani che li avevano denunciati, delatori che dopo la guerra furono processati e condannati.
Come ci ricordano le "loro" pietre d'inciampo, entrambi furono assassinati ad Auschwitz il 30 giugno 1944.
Le pietre d'inciampo in ricordo di Emanuele Cavaglione e Margherita Segre Cavaglione (foto di Antonio Figari) |
La famiglia Polacco invece fu catturata insieme a molti altri ebrei nella retata del 3 novembre 1943.
Le pietre d'inciampo a ricordo di Albino Polacco, Linda Polacco, Carlo Polacco e Roberto Polacco (foto di Antonio Figari) |
Nel 1620, per ragioni di pubblica utilità, un angolo della facciata della Chiesa di San Siro venne tagliato così da permettere di allargare la strada che costeggia la Chiesa e che conduce in Via San Luca.
A futura memoria, i Padri Teatini posero una lapide sulla parte della facciata tagliata, ancora oggi visibile, nella quale sono descritte con dovizia di particolari (come vi mostra la foto qui sotto) le misure dell'angolo dell'edificio che dovette essere "sacrificato".
La lapide sulla facciata della Chiesa di San Siro (foto di Antonio Figari) |
Particolare della lapide dove sono indicate le misure del "taglio" (foto di Antonio Figari) |
52. La pietra con le parole di Leonardo da Vinci
Se Vi capita di passare in Piazza Corvetto, fermatevi un attimo davanti alla vetrina di Jost, antica orologeria fondata nel 1902, e date un'occhiata alle parole incise sul marmo. Esse recitano:
E' L'ULTIMA DI QUELLA CHE ANDO'
E LA PRIMA DI QUELLA CHE VIENE
COSI'L TEMPO PRESENTE
L'anno seguente, Giacomo Doria, fondatore e direttore per oltre quarant'anni del Museo di Storia Naturale che oggi porta il suo nome, lamenta il fatto che non si sia ancora provveduto "non solo per riguardo al donatore, ma eziando per non essere inferiori alle altre città, in cui vediamo, nei luoghi frequentati dal pubblico, tener alto conto di tutto ciò che può contribuire all’educazione del popolo".
Erano infatti molto diffusi, come si evince anche dalle parole del Doria, nelle principali città europee, piccoli monumenti come il nostro di Piazza Corvetto, ed altrettanto diffuso era, a quanto pare, il malcostume italiano di lasciar passare troppo tempo tra il dire e il fare, l'essere insomma intrappolati nella burocrazia.
Il 2 maggio 1882 il Regio Delegato Straordinario ringrazia ufficialmente il Signor Fries per il dono dei due strumenti, comunicandogli che sarebbero stati collocati come da sua richiesta “nell’ex Villetta Dinegro”.
Il 2 aprile 1883 la Giunta Municipale approva il disegno e la spesa (200 lire) per la colonna di ghisa che dovrà contenere gli strumenti donati dal Fries.
La piccola stazione meteo è oggi collocata in Piazza Corvetto, lato Prefettura, e ha recuperato il suo antico splendore grazie ad un genovese, Giancarlo Trucco, che, con il suo intervento da moderno mecenate, ha permesso che questo piccolo gioiello ottocentesco ritrovasse la sua funzionalità dopo che un furto lo aveva privato dell'antica strumentazione originale.
54. La pietra di Piazza San Sepolcro
In una piccola piazza tra le Vigne e San Luca, che prende il nome da un oratorio oggi scomparso (di cui Vi parlo nella pagina de gli ORATORI e le CASACCE), su un anonimo palazzo costruito nel secondo dopoguerra, è murata una lapide marmorea.
Essa racconta che questa piccola piazza ("hec plateola") e il palazzo ("domus magna") furono venduti a Luca Spinola dagli eredi di Brancaleone e Antoniotto Grillo il 1° settembre 1496.
Il palazzo di cui si parla è lo splendido Palazzo Brancaleone Grillo che insiste su questa piazza e che trovate descritto nella pagina de i PALAZZI privati (prima parte).
La piccola lapide in Piazza San Sepolcro (foto di Antonio Figari) |
55. La pietra del giuoco del pallone
Da piccino frequentavo l'asilo dalle suorine che avevano e hanno tuttora il loro istituto in Salita Superiore San Gerolamo. Qualche anno fa, mentre mi dirigevo a salutare le "mie" suorine, a poco distanza dall'istituto, in Via Accinelli, mi imbattei per caso in una curiosa targa che così recitava: "Via Accinelli già Largo del Giuoco del Pallone".
Consultando le mappe ottocentesche della zona si nota proprio un lungo spiazzo che era adibito a questo scopo.
Nella descrizione di Genova dell'anonimo viaggiatore del 1818 troviamo queste parole: "In faccia è il baluardo detto delle Turchine che offre pure un commodo per un altro gioco da pallone; e, per una strada più spaziosa e sempre bene impietrata, sotto le mura dell'antico recinto, discendesi alla Porta del Portello che a strada Nuova introduce".
Era dunque lungo le Mura che correvano parallele all'attuale Corso Firenze, poco distante dal Monastero delle Turchine, sul lato orientale di quella che oggi è Paizza Goffredo Villa, che si praticava questo sport, prima che l'urbanizzazione di fine Ottocento occupasse questi spazi.
Gli spazi dove sorgerà il campo per il gioco del pallone, fuori dal "recinto", ospitavano nel XVIII Secolo il cimitero degli Ebrei.
A proposito di gioco del pallone, non si può non citare il luogo più famoso dove poterlo osservare nel XIX secolo e cioè presso le mura dell'Acquasola, come testimoniato da questa stampa acquarellata ottocentesca di Domenico del Pino, facente parte delle collezioni cartografica e topografica del Comune di Genova. Queasta veduta è anteriore alla sistemazione del parco ad opera del Barabino.
56. La pietra dei "faeri da posta"
Palazzo Spinola di Luccoli - Bavestrino, sito in Piazza Fontane Marose al civico 1, fu nell'Ottocento sede delle Regie Poste per le diligenze in arrivo dalla Francia e dalla Riviera di Ponente.
La cancellata in ferro a fianco del palazzo che ancora oggi separa Piazza Fontane Marose da Via Luccoli è detta dei "faeri da posta" poichè a questi "ferri" venivano legati i cavalli delle diligenze postali.
57. La pietra del "quartiere dei maiali"
Ci sono nomi di vicoli che rimandano all'antica denominazione del luogo: vi siete mai chiesti perchè la Via dei Macelli e la Piazza poco distante si chiamino "di Soziglia"?
L'origine del nome derivererebbe da due termini: "sus" che significa maiale ed "eia" che sta per quartiere.
Venne scelto questo luogo per la macellazione delle carni per l'abbondanza d'acqua: qui infatti scorreva un rio, che tuttora è presente sebbene tombinato e dunque non visibile, il Rio Bachernia.
Lungo Via dei Macelli venne edificato dal Comune nel XIV Secolo, in un isolato che ha per perimetro le odierne Via dei Macelli di Soziglia, Vico Lavagna, Via Luccoli e Vico Sottile, il cosiddetto "Macello Nuovo" di cui trovate la storia nella pagina de gli EDIFICI pubblici.
58. La pietra della colonna romana in Piazza Dante
Nell'area compresa tra la Casa di Colombo, il Chiostro di Sant'Andrea e Via Dante, se osservate bene potrete notare una bella colonna antica.
Si tratta di una colonna romana che si trovava originariamente nelle collezioni di Palazzo Bianco.
Su di essa è incisa una lunga iscrizione latina, ideata dal Professor Achille Beltrami (il cui nome è inciso in fondo alla colonna), che narra che qui vi è la casa di Colombo, il chiostro di Sant'Andrea e che questo era il luogo di sepoltura di Greci, Etruschi e Campani (qui sorgeva infatti, fuori dalle mura della città, un'antica necropoli i cui resti furono rinvenuti duranti i lavori di sitemazione della moderna Piazza Dante).
Raffaele De Ferrari, Duca di Galliera, fu uno dei più grandi benefattori della cittàò di Genova.
Dopo la sua morte, avvenuta il 26 settembre 1876, il Comune di Genova incaricò Giulio Monteverde di realizzare un monumento in suo onore.
Si tratta di un complesso bronzeo, poggiante su una base in granito di otto metri per otto e alto in totale oltre 13 metri (6 metri solo la scultura), costituito da tre figure, allegoria della generosità: in mezzo campeggia la Munificenza con in mano un piatto pieno di monete, accanto alla sua destra il Genio Alato e alla sinistra il dio Mercurio, rappresentante il Commercio (tre caratteristiche che fecero grande il Duca).
Questo splendido monumento, dopo esser stato smontato dalla sua originaria collocazione (si trovava a pochi passi dalla Stazione Marittima e accanto al Palazzo del Principe) per far spazio ai lavori della Metropolitana e dimenticato per anni in un deposito comunale, è ora in fase di riedificazione in fondo a Via Corsica: finalmente la città di Genova rende onore ad un suo grande concittadino il cui monumento sarà di nuovo visibile da tutti coloro che arriveranno in porto.
Una curiosità: sulla rotonda di Carignano, a pochi passi da dove è stato collocato il monumento al Duca, troneggiava nel 1941 un grande monumento dedicato a Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, abbattuto alla fine del Ventennio.
Il monumento nella sua collocazione originaria |
Il monumento nella sua collocazione attuale in fondo a Via Corsica |
Nel 1950, in Piazza Invrea, durante i lavori di ricostruzione di un edificio distrutto dai bombardamenti dell'ultimo conflitto mondiale, fu scoperto un pavimento a mosaico costituito da un tappeto di tessere bianche incorniciato da una balza di tessere nere.
Questo pavimento, risalente al I secolo a.c., aveva una dimensione di 6 metri per 4 anche se in origine doveva essere certamente più vasto e faceva parte di una dimora signorile sulla quale, nel Medioevo, fu impostata una torre della famiglia Squaciafico (trovate storia e immagini della stessa al paragrafo 27 nella pagina dedicata a le TORRI di GENOVA).
Probabilmente a questo edificio appartenevano anche due trochi di colonne in marmo rinvenuti in questa piazza nel XVI Secolo.
Dopo i lavori di sbancamento che hanno portato alla costruzione di un garage, tutto ciò che rimane di questo antico pavimento è un ritaglio dello stesso incorniciato e visibile nell'atrio di Palazzo Lercari al civico 8 di Piazza Invrea.
(foto di Antonio Figari) |
62. Le pietre parlanti sui portali marmorei
Il bel portale del palazzo in Vico Lepre al civico 5 reca nel centro una iscrizione latina che recita:
Questa frase ricalca, con una variazione del soggetto (“noi” al posto di “voi”), l’espressione latina "Sic vos non vobis", attribuita a Virgilio. Il poeta avrebbe scritto questo verso per rivendicare la paternità di altri suoi versi, di cui il poeta Batillo si era appropriato, ricevendone lodi dall’imperatore Augusto. Questa espressione è utilizzata sia per esprimere la delusione nel constatare che altri abbiano ricavato vantaggi dal nostro lavoro, sia, come nel nostro caso, per dire che ciò che si è fatto non è stato fatto per noi o a nostro vantaggio ma a favore del prossimo.
Qui, nell’Albergo Felicità, nella notte tra il 4 e il 5 maggio 1860, dormì, tra gli altri, anche Giulio Cesare Abba, che nel suo “Da Quarto al Volturno”, racconta di quando giunse a tarda sera in questo albergo dove trovò il salone pieno di giovani che il giorno dopo si sarebbero, come lui, imbarcati alla volta di Marsala.
(foto di Antonio Figari) |
64.2 La pietra dei Mille alla Foce
OR FANNO CINQUANTA ANNI
IN UNA NOTTE DI STELLE
TREPIDA PER MILLE PALPITI
DI UMILI EROI
I BURCHIELLI DEI NOSTRI AVI ACCOGLIEVANO
SOLDATI GARIBALDINI
VOGANDO VERSO LE LEGGENDARIE NAVI
SACRE NEI SECOLI.
5 MAGGIO 1910
LA SOCIETA DEI PESCATORI DELLA FOCE
MEMORE FIDENTE
NEI DESTINI D’ITALIA
POSE
Queste parole sono incise su una lapide in marmo affissa in facciata della “Casa dei Pescatori”, opera dell’Architetto Luigi Vietti (nata per dare nuove abitazioni ai pescatori le cui case erano state espropriate per dare spazio alla nascita di Via Casaregis), un tempo a due passi dal mare sulla spiaggia sulla riva destra alla foce del Bisagno, oggi sacrificata e lontana dal mare dopo la costruzione della Sopraelevata e della zona fieristica.
La partenza dalla Foce un avvenimento poco noto e non studiato sui libri di storia che narrano solo dello scoglio di Quarto.
In realtà gli storici ci raccontano che dalla Foce partì il primo gruppo di volontari che con l’aiuto dei pescatori, abitanti in quella zona, raggiunsero le navi “Piemonte” e “Lombardo” appena fuori dal porto. Solo dopo il resto dei volontari raggiungerà le navi partendo da Quarto.
Lasciamo la descrizione dei fatti agli storici.
L’emiliano Francesco Bertolini, nella sua opera “Storia del Risorgimento Italiano”, così racconta: “Allo spuntare dell’alba del 6 maggio, la legione garibaldina, composta di 1085 volontari, s'imbarcò su due piroscafi mercantili, parte alla Foce, e parte alla spiaggia di Quarto”.
Lo storico veronese Osvaldo Perini nella sua opera “La spedizione dei Mille. Storia documentata della liberazione della Bassa Italia” ancora più minuziosamente scrive: “il mattino del 5 una colonna di volontari sparpagliata in piccoli drappelli e senza ordine usciva da Porta Pila rivolgendo i passi al villaggio di Quarto a tre miglia circa da Genova, dove aspettare doveva che i vapori venissero a levarla. (…) Un'altra squadra doveva imbarcarsi alla Foce e prendendo il largo girare il molo e penetrare nell'interno del porto ove i vapori, stavano attendendola. (…) Una terza colonna e la men numerosa composta dei capi della spedizione doveva penetrare dal lato della dogana nel porto e salir quindi a bordo dei vapori ancorati ed apparecchiarli a salpare. (…) Quasi al tempo medesimo la squadra partita dalla Foce, dopo avere con lungo circuito girato la spiaggia, a bordo essa pure giungeva. (…) Alle ore 2 del mattino la flottiglia uscì chetamente dal porto e s’inoltrò in alto mare protetta dalle tenebre e dal generale silenzio. I due vapori si diressero lentamente verso la spiaggia di Quarto, ove la terza colonna stava da quattr'ore attendendoli.”
Uno dei capi spedizione, Nino Bixio, nei suoi appunti annota che era prevista la partenza dalla Foce del cosiddetto “grosso”, composto di 800 volontari, mentre dalla Villa (intesa come Villa Spinola a Quarto) si prevedeva la partenza del generale e di 100 volontari: si tratta solo di appunti che precedevano il fatto, e quindi le cose nella realtà potevano subire cambiamenti.
Federico Donaver, nella sua “Garibaldi e la Spedizione dei Mille” ci racconta che “dalla Foce in su trovarono molte barcaccie nelle quali erano i volontari, il carbone, le provviste, delle armi e delle munizioni” (dalla sua descrizione sembra che dalla foce non fossero partite solo piccole imbarcazioni, mentre tutte le altri fonti storiche ci parlano di barche di dimensioni ridotte).
Comunque sia andata, la Foce e i suoi abitanti ebbero un ruolo molto importante nel giorno della partenza delle spedizione dei Mille.
Un’ultima curiosità: la lapide reca la data 5 maggio 1910 , mentre la casa su cui è affissa risale agli anni 30: nonostante quindi i mutamenti urbanistici della zona si decise di mantenere la lapide nel luogo in cui era stata posta vent’anni prima dandole una nuova collocazione in facciata del nuovo edificio.
64.3 La pietra della dimora di Mameli
A metà di Via San Lorenzo, in Largo G. A. Sanguineti al civico 11, c'è una lapide, inaugurata nel 1876, che ricorda che qui "ebbe dimora" Goffredo Mameli.
Se la si guarda con attenzione, tra le parole "ebbe" e "dimora" si può notare la mancanza di una parola cancellata con alcuni colpi di scalpello ancora ben visibili sul marmo della lapide: inizialmente infatti la lapide erroneamente recitava "ebbe culla e dimora".
Mameli infatti, come tutti sappiamo, nacque in Piazza San Bernardo al civico 30 (dove una lapide marmorea ricorda l'accaduto) e solo da fanciullo venne a vivere in questo palazzo di proprietà della nobile famiglia Zoagli, a cui apparteneva sua mamma Adelaide. In questo edificio nacquero invece gli altri cinque fratelli di Goffredo.
In Passo dello Zerbino, se alzate lo sguardo, potrete notare (non con poca difficoltà visto l'altezza in cui è posta) un'antica lapide marmorea, originariamente posizionata in facciata di un edificio più antico poi sostituito dall'attuale, che recita le seguenti parole:
QUI
IN CASA DI GABRIELE CAMOZZI
CAPO DELLA RIVOLUZIONE DELLE VALLI BERGAMASCHE
NEL 1848-49
SOCCORRITORE DI BRESCIA EROICA AGONIZZANTE
LUIGI MERCANTINI
COMPAGNO D'ESILIO A DANIELE MANIN
CANTORE DI TITO SPERI DI CARLO PISACANE
NEL DICEMBRE 1858
PROVAVA L'INNO DA LUI COMPOSTO
PER INCARICO DEL DUCE
E MUSICATO DAL GENOVESE ALESSIO OLIVIERI
PERCHE' INFIAMMASSE LE ROSSI COORTI NELLA PUGNA
CONTRO I SECOLARI OPPRESSORI D'ITALIA
E NE FOSSE IL PEANA
NEL RITORNO DALLA VITTORIA
_____
A RICORDO A EDUCAZIONE DEL POPOLO
A GLORIA DELL'INGEGNO CONSACRATO ALLA PATRIA
IL MUNICIPIO DI GENOVA
NEL CINQUANTESIMO DALLA PARTENZA DEI MILLE
_____
LA LAPIDE PROVIENE DALLA VECCHIA CASA
GIA' ESISTENTE NELLO STESSO SITO
Qui, come ci ricordano le parole incise nel marmo, aveva casa Gabriele Camozzi, bergamasco, protagonista del nostro Risorgimento, che visse a Genova dal 1850 al 1859.
Il 31 dicembre del 1858 qui per la prima volta viene eseguito un canto popolare, dedicato a Garibaldi, l’eroe dei due mondi. Inizialmente intitolato “Canzone Italiana”, dopo la sbarco a Marsala, prenderà il nome di Inno di Garibaldi. La musica è composta dal genovese Alessio Olivieri mentre le parole sono dettate da Luigi Mercantini, famoso per esser stato anche l’autore della poesia intitolata “Spigolatrice di Sapri” di cui tutti ricordiamo almeno i primi versi che recitano “eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti”.
Questa poesia, insieme all’Inno di Garibaldi, faranno di Mercantini uno dei “cantori” più importanti del nostro Risorgimento.
Sarà sempre Mercantini, nel 1860, ad aggiungere i versi finali dell’inno.
Ecco il testo integrale in una stampa dell'epoca:
Un curiosità: a Gabriele Camozzi è dedicata a Genova, nel quartiere Certosa, anche una strada, il Passo Gabriele Camozzi divenuto ultimamente famoso poiché qui c’è uno dei murales del Progetto "On the Wall", progetto di rigenerazione artistica del Comune di Genova in collaborazione con l'Associazione Linkinart.
(foto di Antonio Figari) |
C'è un drago che sorveglia la piazza e il vico denominati "cinque lampadi".
Se alzate lo sguardo proprio all'angolo del medievale palazzo Cicala, a circa cinque metri dal suolo, noterete una figura alata, un drago incatenato alla facciata.
Secondo la tradizione, esso sorreggeva una delle cinque lampade che illuminavano l'edicola votiva poco distante (ed è proprio la presenza di queste cinque lampade a dare il nome alla piazza ed al vicolo).
Se Vi capita di entrare al civico 17 di Piazza Cinque Lampadi, affacciatevi dalla loggia del primo piano e potrete vedere il drago che sembrerà come volare sotto di voi e potrete osservare i suoi occhi e le sue fauci che dal piano strada non si notano.
(foto di Antonio Figari) |
67. La pietra di autorizzazione incisa sulla ghisa
In Piazza delle Scuole Pie, sulla sinistra della Chiesa, sopra un cancello c'è una barra in ghisa: se la osservate attentamente vedrete che su di essa sono incise le seguenti parole:
(foto di Antonio Figari) |
68. La pietra di Piazza della Stampa
In Piazza della Stampa, incastonata nella loggia medievale, c'è una lapide marmorea che così recita:
"Questa piazza sia soggetta alla servitù perpetua a favore delle case che vi si affacciano e a discrezione dei loro proprietari secondo quanto stabilito nell'atto conservato presso il Notaio Giovanni Stefano Ansaldo in data 9 aprile 1699".
Domenico Cambiaso, le arcate sotto la passeggiata dell'Acquasola, acquarello a seppia |
Questi grifoni, rappresentati da Domenico Cambiaso in questo splendido acquarello a seppia, un tempo adornavano gli archi della passeggiata dell'Acquasola che correva sopraelevata dall'odierna spianata dell'Acquasola fino a Villetta di Negro.
La Befana dei cantuné ogni 6 gennaio non mancò di lasciare i suoi doni fino alla fine degli anni Sessanta quando, con l'arrivò dei semafori e la rimozione delle "botti", questa consuetudine scomparve.
Befana dei cantunè, incrocio tra Via XX Settembre e Via Fiume (Gettyimages) |
77. La pietra del Lotto