gli EDIFICI pubblici

Nel centro storico di Genova numerosi erano gli edifici ad uso pubblico: alcuni ancora esistenti in tutto il loro splendore, altri distrutti o cancellati dalle guerre o da scellerati urbanisti.



INDICE
1. Palazzo San Giorgio
2. Palazzo Ducale
3. Ospedale di Pammatone
4. Ospedale degli Incurabili o dei Cronici
5. Asilo Notturno Massoero (ex Caserma dell'Annona)
6. Magazzini dell'Abbondanza
7. Magazzino del Sale
8. Collegio di San Giovanni Battista
9. Loggia dei Mercanti
10. Albergo dei Poveri
11. Parco dell'Acquasola
12. Carcere della Malapaga
13. Il primo Manicomio di Genova
14. Palazzetto Criminale

(ed ancora... gli edifici della Darsena e molto altro...)


1. Palazzo San Giorgio


Palazzo San Giorgio
(foto di Antonio Figari)

Costruito nel 1260 per volere del Capitano del Popolo  Guglielmo Boccanegra per divenire il Palazzo del Comune, mantenne questa funzione solo per due anni.
Nel 1340 il palazzo divenne sede della Dogana, di alcune magistrature di controllo dei traffici portuali, e sede degli uffici della Darsena e delle carceri per i debitori.
Il 1407 è l'anno ricordato dagli Annali: viene infatti fondato il Banco di San Giorgio.
Nel 1571 all'antico palazzo nelle forme gotiche viene aggiunto una nuova ala che trova la sua centralità nella  "Sala delle Compere", detta anche "Sala delle Congreghe".
Gli splendidi affreschi della facciata lato mare, opera di Andrea Semino, risalgono al 1590, dopo che l'edificio, danneggiato da un incendio nel 1581, necessitava di un restauro. Alla stessa epoca risale la torre. Successivamente alla torre viene aggiunta una campana, donata nel 1667 dalla Repubblica d'Olanda. 
Nel 1606 Lazzaro Tavarone esegue l'affresco centrale della facciata lato mare raffigurante San Giorgio che trafigge il drago.


Particolare della facciata di Palazzo San Giorgio
(foto di Antonio Figari)

Particolare del cortile interno di Palazzo San Giorgio
(foto di Antonio Figari)

Un'altra immagine del cortile interno di Palazzo San Giorgio
(foto di Antonio Figari)

La parte gotica di Palazzo San Giorgio
(foto di Antonio Figari)


2. Palazzo Ducale

a. Il palazzo


Palazzo Ducale e la Torre Grimaldina
(foto di Antonio Figari)

La facciata neoclassica costruita nel 1777 che affaccia su Piazza Matteotti
(foto di Antonio Figari)

La Torre Grimaldina vista dalla loggia al primo piano di Palazzo Ducale
(foto di Antonio Figari)

La selva di colonne del cortile di Palazzo Ducale
(foto di Antonio Figari)


b. I nemici della Repubblica incatenati in facciata 

Nel 1777 un grande incendio devastò parte del Palazzo Ducale che dovette essere ricostruita negli anni a seguire.
La ricostruzione della facciata lato piazza Matteotti in stile neoclassico venne affidata all'architetto Simone Cantoni il quale usufruì della collaborazione di Giacomo Maria Gaggini di Bissone.
Se alzate lo sguardo, nella parte alta della facciata, noterete alcune statue di personaggi incatenati, chi sono? E perché sono incatenati?
Essi sono i nemici della Repubblica.

Gli otto nemici della Repubblica incatenati in facciata di Palazzo Ducale
(foto di Antonio Figari)



Ecco chi sono (partendo dal primo a sinistra):




b.1 Il pirata Mujahid 


Il pirata Mujahid
(foto di Antonio Figari)

Noto anche come Musetto, era un liberto di origine slava che regnava sulle Baleari. Comandante di una grande flotta intorno all'anno Mille conquistò la Sardegna eludendo la sorveglianza della flotta pisana che, in quel momento, era impegnata in Calabria contro altri corsari. Mujahid, approfittando di questo fatto, si mosse poi verso Pisa e saccheggiò parte della città. La risposta di Pisa e il successivo attacco non sortirono effetto nè scalfirono il potere e la forza del corsaro che iniziò ad attaccare le navi in transito nel Tirreno sia dei Pisani che dei Genovesi.
La distruzione della città di Luni nel 1016 ad opera di Mujahid fu la goccia che fece traboccare il vaso: Genova, Pisa e Papa Benedetto VIII si allearono e, dopo aver raggiunto a Luni il pirata lo sconfissero costringendolo alla ritirata.
Mujahid  non rinunciò ai suoi propositi, e dopo aver riorganizzato la flotta, ritentò l'assalto alle coste sarde ma fu di nuovo sconfitto dai Genovesi e Pisani e, a seguito di un ulteriore assalto, ucciso.
La sua testa, staccata di netto dal corpo, fu issata su un palo, punizione esemplare che veniva riservata a quell'epoca ai reati più gravi.


b.2 Giacomo Marsano, Duca di Sessa


Giacomo Marsano, Duca di Sessa
(foto di Antonio Figari)

Personaggio della cerchia degli Aragonesi, fu fatto prigioniero insieme al Re Alfonso d'Aragona e ad altri nobili dopo la vittoria dei Genovesi nella acque di Ponza avvenuta nel 1435.
La storia di questo evento mette in risalto il coraggio dei Genovesi e la loro straordinaria capacità nell'arte della guerra in mare.
Essi, sotto il comando di Francesco Spinola, erano accorsi in soccorso di Gaeta attaccata dal d'Aragona che, nel tentativo di strappare la corona del Regno di Napoli a Renato d'Angiò, volgeva verso Gaeta che ancora resisteva. Spinola si mise al comando della città ma l'assedio si prolungava ed il cibo iniziava a scarseggiare.
I Genovesi decisero di intervenire e affidarono il comando della spedizione a Biagio Assereto, notaio convertito all'arte della spada, già noto per altri successi nei mari.
Arrivati al cospetto del d'Aragona, i Genovesi chiesero invano di poter portare viveri agli assediati.
Si arrivò così allo scontro il 5 agosto 1435 nelle acque a largo dell'isola di Ponza: un'aspra battaglia che si protrasse per dieci lunghe ore nella quale i Genovesi, con alcuni ingegnosi stratagemmi, consci della propria superiorità in mare nonostante l'inferiorità numerica, sconfissero il nemico aragonese. 
La vittoria andò oltre le più rosee aspettative: i Genovesi tornarono in città con un ricchissimo bottino e 5.000 prigionieri tra i quali il Re Alfonso d'Aragona, due suoi fratelli, Enrico e Giovanni (la madre, Eleonora d'Alburquerque, alla notizia che tre dei suoi figli maschi erano stati fatti prigionieri, morì dal dolore) e molti nobili della sua corte tra i quali il Duca di Sessa.
Alfonso non arrivò mai a Genova a differenza di altri prigionieri, ma, una volta sbarcato a Savona, fu portato a Milano dove, dopo un breve periodo di prigionia, riottenne la libertà.
Non ci è dato sapere il perchè sia stato incatenato in facciata a palazzo Ducale Giacomo Marsano e non il Re Alfonso d'Aragona, il motivo potrebbe ritrovarsi proprio nel fatto che il Re d'Aragona non mise mai piede a Genova, dove invece, secondo le fonti, sbarcò il Duca di Sessa.


 
b.3 Il corsaro Dragut

Il corsaro Dragut
(foto di Antonio Figari)

Di umili origini, si arruolò poco più che ragazzino nell'esercito ottomano nelle fine di Khayr al-Din Barbarossa, ammiraglio e corsaro ottomano del quale seguirà le tracce divenendo suo successore.
Già conosciuto dai Genovesi che, guidati da Andrea Doria ed insieme ai Veneziani ed altri, contro di lui e il Barbarossa si erano scontrati nella battaglia di Prevesa del 1538, era divenuto in poco tempo il terrore del Mediterraneo con le sue scorribande che non si limitavano alle navi in mare ma spesso anche ai paesi ed ai villaggi della costa.
Nel 1540, nella baia della Girolata in Corsica, arrivò il momento propizio per la sua cattura: accerchiato dalla flotta genovese guidata dal nipote del grande ammiraglio Andrea Doria, il giovane Giannettino Doria, fu da questi catturato e consegnato allo zio. Si narra che Dragut rimase molto contrariato per essere stato catturato da una "donna con la barba" (da un giovane quale era Giannettino).
Andrea Doria lo fece incatenare ai remi della sua nave ammiraglia e lì rimase per quattro lunghi anni nei quali però il corsaro non si perse d'animo covando dentro di sè sentimenti di vendetta.
Venduto come schiavo fu liberato dal Barbarossa in persona dietro pagamento di una grossa somma di denaro.
L'idea di Andrea Doria di venderlo come schiavo, con la possibilità che potesse liberarsi come avvenne, non fu una buona mossa: divenuto nel 1544 successore del Barbarossa al comando della flotta ottomana, da questo momento, a causa della sua spietatezza, fu soprannominato "Spada Vendicatrice dell'Islam". E' il periodo in cui Dragut assalta città liguri come Laigueglia e Rapallo facendo schiavi migliaia di liguri.
Dovettero passare altri vent'anni, nei quali Dragut fu protagonista di numerose scorribande in giro per il Meditteraneo, prima della sua morte avvenuta a seguito di una scheggia che lo colpì alla testa durante l'assedio del Forte Sant'Elmo a Malta il giorno 18 maggio 1565. 




b.4 Niccolò Pisani

Niccolò Pisani
(foto di Antonio Figari)

Ammiraglio della flotta veneziana, ebbe la sfortuna di incontrare sul suo cammino i Genovesi.
Ecco i fatti: Pisani con la sua flotta si trovava nella rada di Portolongo  presso l'isola di Sapienza, piccolo lembo di terra greco in mezzo al mare a sud est della penisola del Peloponnesso.
Siamo alla terza guerra tra Genovesi e Veneziani che si combattè tra il 1350 e il 1355; per l'esattezza siamo nel penultimo anno di guerra, è il 4 novembre 1354, ed i Genovesi, sotto la guida di Pagano Doria, giungono in prossimità dell'isola di Sapienza pronti a sfidare l'eterno nemico Serenissimo.
Pagano Doria ha da poco battuto i Veneziani a Parenzo dove si è impadronito della spoglie dei martiri Mauro ed Eleuterio (spoglie che saranno portate nell'Abbazia di San Matteo e conservate in un sarcofago marmoreo ancora oggi conservato nel chiostro di San Matteo di cui trovate una foto nel paragrafo dedicato a San Matteo nella pagina de "le CHIESE di GENOVA", e restituite al tempio parentino nel 1933).
Niccolò Pisano fa affiancare e incatenare tra loro venti galee davanti al golfo a difesa dello stesso, mentre egli si posiziona con le sue galee in mezzo al mare pronto a sfidare i Genovesi. 
La flotta genovese si divide:  mentre Pagano Doria rimane in mezzo al mare lontano abbastanza da non essere visto dai Veneziani suo nipote Giovanni con alcune galee punta al golfo. Pisani vede le poche navi genovesi e lascia che esse avanzino sicuro di poterle circondare e non sapendo che stava giungendo anche Pagano Doria  con la sua flotta.
Il comandante delle galee veneziane lasciato dal Pisani a difesa del golfo, vedendo avanzare i Genovesi così velocemente, pensa che Pisani sia stato sconfitto e si arrende ai Genovesi.
A questo punto i Genovesi puntano a Pisani rimasto con le sue galee in mezzo al golfo e in poco tempo circondato anche da Pagano Doria che nel mentre era giunto davanti alla flotta della Serenissima: il veneziano non può che  arrendersi e viene fatto prigioniero insieme a moltissimi dei suoi, mentre alcune navi vengono incendiate e altre portate a Genova quale bottino. Le perdite in vite umane si aggirano intorno ai quattromila veneziani caduti in battaglia. Il doge di Venezia Andrea Dandolo muore dal dispiacere appena viene a conoscenza della grave sconfitta subita.
L'ammiraglio veneziano viene condotto a Genova e imprigionato: verrà liberato l'anno seguente quando sarà firmata la pace tra Genova e Venezia e, tornato in laguna, vivrà lì fino alla morte.
 



b.5 Il Re saraceno Abu-Yahya

Abu-Yahya
(foto di Antonio Figari)
Le fonti storiche non sono concordi sull'identià di questo nemico ma si pensa che egli sia Abu-Yahya Muhammad, il quale dal 1208 governava l'isola di Maiorca in una sorta di principato semi-indipendente che formalmente e politicamente dipendeva da Marrakech.
Ecco come si è arrivati alla sua cattura: i Catalani, stanchi dei continui attacchi dei saraceni provenienti dalle isole Baleari chiedono al Re di Spagna Giacomo I d'Aragona di essere aiutati nella loro spedizione contro i pirati. Il re accetta di partecipare ma il suo contributo in uomini è molto ridotto poichè parte del suo esercito è già in procinto di partire contro gli arabi di Valencia. 
Giacomo I sbarca nell'isola nel 1229, sconfigge Abù Yahya nella battaglia di Portopi del 13 settembre, conquista l'attuale città di Palma nel 1230, e combatte fino alla definitiva resa musulmana nel 1231. 
Genova non partecipa direttamente all'assalto dell'isola. Il suo ruolo è molto particolare: il Papa in persona chiede ai Genovesi di non aiutare i saraceni. I Genovesi infatti, come anche i Pisani, frequentavano già l'isola con la quale avevano rapporti commerciali nonostante fosse un regno in mano ai saraceni.
Conquistata l'isola, Giacomo I concede  nel 1233 ai Genovesi per ringraziarli del loro non intervento una porzione di terreno per la costruzione di un fondaco. Nello stesso anno vengono creati consolati genovesi nelle città marittime in terra spagnola (istituzione, questa dei consolati, già presente nelle terre dominate dai popoli islamici per dare assisitenza e aiuto ai mercanti genovesi).
Del perchè si sia scelto il Re Saraceno quale nemico da porre in facciata di Palazzo Ducale non ci è dato sapere: le fonti storiche che narrano la conquista di Maiorca non accennano al fatto che Abu-Yahya sia stato portato a Genova come ci farebbe pensare il suo essere in catene in facciata a Palazzo Ducale.



b.6 Enrico d'Aragona
 
Enrico d'Aragona
(foto di Antonio Figari)

Fratello del Re Alfonso, venne fatto prigioniero insieme a lui, un altro fratello, Giovanni (la madre, Eleonora d'Alburquerque, alla notizia che tre dei suoi figli maschi erano stati fatti prigionieri, morì dal dolore), ed alcuni nobili, tra i quali  il Duca di Sessa, nelle acque di Ponza nel 1435 dopo la sconfitta subita contro i Genovesi (Vi rimando al paragrafo b.2 di questa pagina per approfondire le vicende legate a tale battaglia e alla loro cattura).
Come già ho avuto modo di raccontarvi Alfonso non giunse mai  a Genova, fu consegnato a Filippo Maria Visconti Duca di Milano e dopo un breve periodo di prigionia fu liberato: le fonti raccontano che la stessa sorte toccò ai suoi fratelli Enrico e Giovanni.
Enrico dal canto suo non era nuovo alla prigionia e alle sconfitte: qualche anno prima, nel giugno del 1422, era stato imprigionato a Madrid dove rimase rinchiuso per qualche anno. Fu rilasciato nel 1427 grazie alle pressioni del fratello Alfonso che minacciò di invadere la Castiglia.
Dopo la disfatta contro Genova partecipo' nuovamente ad una rivolta dei nobili contro il Re in Castiglia e fu di nuovo sconfitto, imprigionato e costretto all'esilio.
Enrico morirà nel 1445 vicino a Saragozza dopo aver tentato invano con il fratello Giovanni di riprendere il controllo della Castiglia per la terza volta in pochi anni.
Non sappiamo il perché lo si sia voluto rappresentare in catene in facciata di Palazzo Ducale poichè probabilmente, come Alfonso, la città di Genova la vide solo dalla nave che lo conduceva insieme ai fratelli nel porto di Savona dopo la disfatta di Ponza.
 

b.7 Alberto Morosini

Alberto Morosini
(foto di Antonio Figari)


Veneziano, divenuto Podestà di Pisa (i Pisani erano soliti affidare la carica di Podestà ad un personaggio che non fosse della città), fu sconfitto insieme alla flotta della città toscana nella storica Battaglia della Meloria il 6 agosto 1284.
Ecco i fatti: i Pisani, da anni in contrasto con Genova, venuti a conoscenza che parte della flotta genovese era ormeggiata presso Porto Torres in Sardegna, consci della loro momentanea superiorità numerica, puntano alle navi genovesi. Benedetto Zaccaria, che è al comando della flotta genovese, evita lo scontro diretto e punta verso il Mar Ligure dove in sua difesa arriva la restante parte della flotta genovese. I Pisani allora ripiegano verso casa non prima però, in segno di sfida, di aver lanciato frecce d'argento verso le navi genovesi.
La flotta genovese, tutt'altro che intimorita, salpa alla volta di Pisa: è il 6 agosto, giorno in cui Pisa celebra San Siro, patrono della città, e giornata fioriera (in passato) di grandi vittorie per la città toscana.
La flotta genovese si divide in due: 63 galee guidate da Oberto Doria puntano verso Pisa, mentre altre 30 galee, agli ordini di Benedetto Zaccaria, rimangono lontane e nascoste agli occhi dei Pisani.
Questi ultimi, credendo di essere in superiorità numerica,  attaccano i Genovesi ed inizia così la battaglia presso le secche delle Meloria.
Dopo qualche ora di combattimento interviene lo Zaccaria con le sue trenta galee che, prendendo di sopresa la flotta pisana, decide le sorti della battaglia a favore dei Liguri. 
Morosini viene condotto in catene a Genova insieme a novemila prigionieri pisani (da lì nacque il detto "se vuoi veder Pisa vai Genova" visto il grandissimo numero di prigionieri pisani condotti in Liguria), i quali vengono rinchiusi in un luogo che d'ora innanzi sarà denominato Campo Pisano: molti di essi, a causa del rigido inverno e delle precarie condizioni nelle quali erano costretti a vivere, morirono e lì vennero seppelliti (si dice che nella zona ancora vaghino i fantasmi dei prigionieri morti di stenti a Campo Pisano: se volete approfondire questa storia trovate un paragrafo ad essa dedicato "5. Le ombre a Campo Pisano" nella pagina de "i FANTASMI di GENOVA").
Una curiosità: tra i prigionieri pisani c'era Rustichello, il quale, condotto nelle carceri di Palazzo San Giorgio, conobbe nel 1298 Marco Polo, arrivato a Genova dopo la disfatta veneziana a Curzola (come saprete egli trascriverà i resoconti di viaggio di Marco Polo dando vita a "Il Milione").
Morosini, insieme a un migliaio di prigionieri pisani, torna a Pisa dopo tredici lunghi anni di prigionia. Lasciata Pisa, fa ritorno a Venezia dove si ritira a vita privata.
Pisa non manterrà gli impegni assunti con la pace firmata nel 1288 e così la flotta genovese, guidata da Corrado Doria, tornerà a Pisa nel 1290 e raderà al suolo il porto infliggendo ai toscani la sconfitta definitiva (per approfondire questo episodio vi rimando al paragrafo "11. La pietra della catena pisana" nella pagina de "le PIETRE parlanti"). 



b.8 Giacomo I di Cipro

Giacomo I di Cipro
(foto di Antonio Figari)

Re di Cipro, fu catturato dai Genovesi che lo condussero a Genova insieme alla moglie dove rimase per 10 anni.
Ecco i fatti: i Genovesi, i quali avevano interessi commerciali a Cipro, vengono chiamati sull'isola da Eleonora d'Aragona per vendicare la morte del di lei marito, il Re Pietro I.
I Genovesi invadono Cipro nel 1373 e in breve tempo, dopo aver conquistato Famagosta, puntano al controllo dell'intera isola.
Giacomo I, nipote ex fratre di Pietro I, viene indicato da tutti i nobili quale Re dell'isola e sotto la sua guida i ciprioti iniziano la guerra di resistenza ai Genovesi.
Nel mentre tuttavia suo nipote Pietro II firma un trattato di pace con i Genovesi i quali ottengono la città di Famagosta e si portano indietro con loro a Genova Giacomo I con la moglie: questi ultimi rimarrannno, rinchiusi nelle carceri della Lanterna, per ben dieci lunghi anni nei quali la coppia darà alla luce la maggior parte dei loro figli tra i quali Giano I,colui che succederà al padre alla guida nel regno di Cipro, e Ugo, che diverrà Cardinale Arcivescovo di Nicosia (come avrete notato due nomi molto genovesi: il primo si rifà al mitico fondatore di Genova e il secondo a Sant'Ugo che visse a Genova presso la Commenda e di cui un giorno Vi parlerò nella pagina dei  "poeti SANTI scrittori AVVENTURIERI").
Alla morte di Pietro II, il quale non aveva lasciato eredi, il parlamento cipriota decide di affidare il Regno a Giacomo I. I Genovesi acconsentono alla sua liberazione ottenendo in cambio che Famagosta rimanga sotto la sovranità genovese e nuovi privilegi commerciali per la Repubblica.


3. Ospedale di Pammatone


Antica immagine della facciata dell'ospedale di Pammatone; davanti all'ingresso potete notare il monumento dedicato a Balilla
(foto di Antonio Figari)


Un dipinto di Cornelis de Wael, conservato nel Museo di Palazzo Bianco di Genova, raffigurante l'atrio dell'Ospedale di Pammatone durante la Festa del Perdono



L'ospedale di Pammatone nasce nel 1422 quando il notaio Bartolomeo Bosco, il cui nome oggi è legato alla via che costeggia l'antico ospedale, acquista tre case in Vico Pammatone e dopo averle fatte restaurare le adatta ad ospedale intitolandolo alla "Beata Vergine della Misericordia".
L'anno successivo con l'acquisto di una tintoria l'ospedale viene ampliato ed aperto anche agli uomini.
Una nuova struttura viene costruita nel 1751 grazie alla generosità di Anna Maria Pallavicini la quale lascia all'Ospedale la somma di 125.000 lire genovesi.
La gloriosa storia secolare di Pammatone si interrompe nel 1907 quando inizia la costruzione del nuovo ospedale cittadino San Martino e nel 1911 quando vengono inaugurati i primi padiglioni.
Lo storico Ospedale di Pammatone diviene quindi sede della Facoltà di Economia e Commercio.
I bombardamenti del 1942 e del 1943 fanno enormi danni all'intera struttura la quale nel 1966 viene inglobata nel nuovo palazzo di giustizia che mantiene al suo interno ancora il cortile settecentesco, l'antico colonnato e lo scalone monumentale.






Le statue dei benefattori, coloro che con la loro generosità hanno permesso a Pammatone di accogliere nei secoli poveri e derelitti per dare loro assistenza e cure sono oggi sparse lungo i viali del parco intorno ai padiglioni dell'Ospedale di San Martino. Se volete approfondire questo argomento Vi consiglio di visitare il sito "DA PAMMATONE A SAN MARTINO Le statue dei benefattori", un sito molto bello fatto dal mio amico Luciano Rosselli.


Ciò che rimane dell'Ospedale di Pammatone, come si presenta oggi, inglobato nelle moderne strutture del Tribunale di Genova
(foto di Antonio Figari)

Il cortile di Pammatone
(foto di Antonio Figari)

Particolare del colonnato superstite di Pammatone
(foto di Antonio Figari)



Lo scalone di Pammatone come si presenta oggi
(foto di Antonio Figari)


La statua di Bartolomeo Bosco, originariamente a Pammatone, oggi nell'atrio dell'Ospedale di San Martino
(foto di Antonio Figari)

Bartolomeo Bosco
(foto di Antonio Figari)






4. Ospedale degli Incurabili o dei Cronici


L'ospedale degli incurabili, detto anche "Ridotto", è anch'esso frutto della generosità di un notaio genovese, Ettore Vernazza, vissuto a cavallo tra il 4 ed il 500.
Per raccontarVi la sua storia riprenderò le parole dell'Alizeri che così scriveva nella sua Guida artistica per la città di Genova: "(...) prima dell'anno 1500 alcuni caritatevoli uomini, radunati in società privata, aveano accomodate alcune stanze in questo sito, per ricetto de' poveri infermi incurabili i quali non potendo essere accolti nello Spedal Grande secondo gli statuti di questo, giacevano miseramente per ogni punto della città in luoghi disagiati ed immondi, spesso abbandonati da' familiari per impazienza o disperazione di giovevoli cure, col pericolo di perdere non solo il corpo, ma l'anima tra le angosce di lunghi e penosi malori. Uno di questi benemeriti fu Ettore Vernazza, il quale, orbato immaturarmente della moglie, abbandonò la propria casa, e ( ci serviamo delle parole che la figlia ne scrisse ) andò a stare nelle accomodate stanze dell'Ospitale degl'Incurabili; ch'egli era uno di quelli che ne avevano cura; in questo dimorò sempre quando stava a Genova, in questo è morto e l'ha lasciato erede. A questo pietoso ospizio che segnava i primordii d'un ragguardevole stabilimento davasi il none di Ridotto infirmorum incurabilium, e i fondatori si chiamavano con quello di Provvisori, di cui non saprei immaginare il più acconcio né il più modesto. Ma più grandi cose si maturavano. L'anno del 1500 i Provvisori, ridotte in formale statuto le consuetudini di questo Spedale, stabilirono di sottoporle all'autoritià del Governo ed implorarne la sanzione."
Come dice l'Alizeri in questo ospedale venivano accolti coloro i quali venivano rifiutati all'ospedale di Pammatone perchè non più curabili: scopo dell'Ospedale degli Incurabili era appunto dare un giaciglio a questi poveretti spesso abbandonati a morire lungo le strade; furono poi qui accolti anche i malati di mente e durante la peste i malati di questo orrendo morbo.
Oltre a Vernazza  dedicarono vita e lavoro a questo ospedale altri illustri cittadini: due nobildonne mi piace ricordare Laura Violante Pinelli e Sofia Lomellini, facenti parte dell'Arciconfraternita della Morte, che aveva sede presso la Chiesa di San Donato e di cui presto troverete la storia nella pagina de "gli ORATORI e le CASACCE".
Le due pie donne, insieme ad Ettore Vernazza, sono ancora ricordate nella toponomastica cittadina dando il nome a vie del centro cittadino, proprio nei pressi di dove anticamente sorgeva detto ospedale, di cui purtroppo nulla rimane a seguito del piano particolareggiato di Piccapietra.

La statua di Ettore Vernazza, opera di Santo Varni, originariamente nell'Ospedale dei Cronici, oggi nell'atrio dell'Ospedale di San Martino
(foto di Antonio Figari)

Ettore Vernazza
(foto di Antonio Figari)
 

5. Asilo Notturno Massoero (ex Caserma dell'Annona)


Luigi Massoero, un nome che a Genova è sinonimo di assistenza per i senza tetto.
Questo nostro illustre concittadino è ai più sconosciuto. E dire che grazie a persone come lui si potrebbe sfatare il mito della tirchieria genovese!
Nel 1912 Massoero, ricco mercante senza discendenza, decide di lasciare alla sua morte un cospicuo lascito agli Ospedali Civili di Genova perché fosse istituito un dormitorio pubblico.
Scrive Massoero: un “asilo od alloggio gratuito che resti aperto tutta la notte e nel quale a qualunque ora, senza alcuna formalità, possano trovare ricovero quanti si presenteranno” “a sezioni maschile e femminile separate”, “specialmente destinato a quei poverelli che si vedono attualmente fare nottata sotto i portici del Carlo Felice, in Galleria Mazzini, ecc.”., e conclude con questa frase “Ben inteso che se Dio mi manda dei figlioli, questo testamento resta nullo.”
Massoero muore nel 1912 senza lasciare discendenza ma fino al 1922, anno in cui il Comune destina finalmente all’“Opera Pia Asilo Notturno Gratuito Luigi Massoero” la Caserma Annona in Via del Molo, il suo desiderio non viene realizzato.
Dalle cronache dell'epoca sappiamo che già ad ottobre di quell'anno nel Massoero la media di posti occupati è di 235 a giorno.
Un curiosità: nella notte del primo dicembre 1921 le pattuglie delle Regie Guardie contano 322 senza tetto, dei quali ben 63 addormentati nel grande porticato di Palazzo Ducale. Di essi più di un terzo provengono dagli altri Comuni del Regno d'Italia ma non solo: vengono trovati anche  cinesi, turchi, spagnoli, inglesi, austriaci, egiziani, estoni, tedeschi ed anche un indiano americano.
Ed ecco la scritta che capeggia a fianco dell'ingresso del Massoero:

NOTTURNO ASILO

HANNO I RAMINGHI SENZA TETTO

IN QUESTO EDIFICIO APPRESTATO DAL COMUNE

PER INIZIATIVA DI LUIGI MASSOERO

CITTADINO INTEGRO, PIO, OPEROSISSIMO

CHE AL BENEFICO SCOPO L'INTERO SUO PATRIMONIO LEGAVA

MCMXXII

L'entrata dell'Asilo Notturno Massoero ed a fianco la targa in ricordo del fondatore Luigi Massoero
(foto di Antonio Figari)

La targa in ricordo di Luigi Massoero
(foto di Antonio Figari)

La targa sopra una porta laterale del Massoero
(foto di Antonio Figari)


6. Magazzini dell'Abbondanza


L'edificio dei Magazzini dell'Abbondanza, ubicato in via del Molo, venne costruito tra il 1556 e il 1567 dalla Repubblica di Genova per immagazzinare i beni in eccesso nei periodi di abbondanza al fine di creare una riserva da redistribuire invece nei momenti di carestia. Essi erano amministrati dal Magistrato dell'Abbondanza.
Attualmente l'edificio, restituito alla città grazie ad un recente restauro opera dell'architetto Renzo Piano che ha dato il suo spunto migliore nella grossa sala che si trova all'ultimo piano formata da una struttura portante interna sospesa in travi di legno lamellare e acciaio,  sormontata da una cuspide vitrea che dà luce all'interno e un tocco di originalità per chi la vede dall'esterno, è sede del Centro di Formazione e Ricerca dell'Università degli Studi di Genova.

I Magazzini dell'Abbondanza
(foto di Antonio Figari)

Il portale d'ingresso dei Magazzini dell'Abbondanza
(foto di Antonio Figari)



7. Magazzino del Sale


Il Magazzino del Sale, ubicato in vico Palla , nel quartiere del Molo, poco distante dai Magazzini dell'Abbondanza, ha una struttura che ricorda quella di una fortezza: la sua struttura con contrafforti molto robusti era infatti destinata a sostenere poderose spinte laterali a causa del progressivo asciugamento del sale.
Attualmente purtroppo  è in stato di abbandono.


Particolare dei contrafforti del Magazzino del Sale
(foto di Antonio Figari)



8. Collegio di San Giovanni Battista

Avete mai visto questa lapide marmorea? Avete mai sentito parlare del Collegio di San Giovanni Battista? Presto ve ne racconterò la storia.


La lapide marmorea sopra l'ingresso del Collegio di San Giovanni Battista
(foto di Antonio Figari)


Il ninfeo con la statua di San Giovanni Battista all'interno di quello che fu il Collegio di San Giovanni Battista
(foto di Antonio Figari)

La statua di San Giovanni Battista
(foto di Antonio Figari)


9. Loggia dei Mercanti


Sul lato nord di Piazza Banchi vi è la splendida Loggia dei Mercanti finita di costruire nel 1595. La paternità dell'opera viene attribuita dall'Alizeri a Andrea Ceresola detto il Vannone.
Fu più volte ricostruita a causa di incendi e da ultimo a causa dei danni subiti nella seconda guerra mondiale. Le colonne doriche binate sostengono archi nei quali sono visibili pannelli ornati con trofei militari. Nel 1839 il Comune la cedette alla Camera di Commercio che decise di chiuderla con ampie vetrate tuttora presenti.
Oggi è uno spazio pubblico sede di mostre temporanee e dunque quasi sempre aperta al pubblico e facilmente visitabile.


Loggia dei Mercanti
(foto di Antonio Figari)


10. Albergo dei Poveri


Antica cartolina dell'Albergo dei Poveri


Fu Emanuele Brignole a volere la sua nascita nel 1652, dopo aver ricevuto l'autorizzazione dal Magistrato della Sanità a scegliere ed acquistare un terreno idoneo alla costruzione di un complesso pensato per l'ospitalità dei cittadini più poveri e disagiati. Quattro anni più tardi la sua costruzione appena iniziata fu interrotta a causa dello scoppio in città dell'epidemia della peste (vedi la pagina de "la GENOVA sotterranea" al paragrafo 1 per un approfondimento), epidemia le cui tracce ancora oggi troviamo nelle fondamenta dell'Albergo dove sono seppelliti, si dice, più di 10.000 cadaveri.

Dopo questo tragico evento, che scosse profondamente la città, si pensò di abbandonare il progetto ma fu lo stesso Brignole con una generosissima donazione (si dice di 100.000 lire dell'epoca) a dare l'impulso affinché i lavori potessero essere portati a termine.
Il complesso subì vari ampliamenti: quello che oggi vediamo è l'aspetto che l'edificio assunse nel 1835.
Il frontone della facciata fu decorato nel 1665 da Giovanni Battista Carlone con un affresco raffigurante la Vergine adorata da San Giorgio, Santo Stefano, San Giovanni e San Bernardo di cui purtroppo nulla rimane oggi.
Questo acquerello su carta di Luigi Garibbo ci dà un'idea approssimativa del deterioramento dell'affresco del Carlone nella seconda metà dell'Ottocento
E' invece ancora oggi visibile in mezzo alla facciata l'affresco del bolognese Paolo Brozzi raffigurante l'arma araldica della città di Genova con i due grifoni ai lati.
Oltre ad essere destinato ad opere di carità l'Albergo dei Poveri divenne nel 1684, durante i bombardamenti del Re Sole (vedi la pagina de "le PIETRE parlanti" al paragrafo 15 per un approfondimento), sicuro rifugio per i rappresentanti della Repubblica e per molti tesori cittadini quali il tesoro della Cattedrale di San Lorenzo e le ceneri di San Giovanni Battista.
I primi ospiti dell'Albergo arrivarono nel 1666: essi erano cittadini molto poveri spesso non autosufficienti ed in grado di condurre una vita "normale" fuori da lì. Il loro internamento (pochi, pochissimi infatti potevano lasciare l'Albergo sia di giorno che di notte) era scandito dal lavoro che permetteva all'enorme struttura di autofinanziarsi e dalla preghiera.
Il lato spirituale della giornata era svolto nell'enorme chiesa che sorge al centro del complesso, la quale ha due grandi transetti che vedono la divisione uomini, nel transetto di sinistra , e donne, nel transetto di destra, come avveniva già nei corridoi dell'albergo. L'altare della chiesa è decorato da una splendida statua dell'Immacolata opera di Pierre Puget, commissionata all'artista da Emanuele Brignole il quale, nel suo testamento, lascia in eredità detta statua alla chiesa dell'Albergo. Intenzione del Brignole era che fosse di Puget anche l'altare sottostante la statua, altare che invece verrà eseguito da Francesco Maria Schiaffino nel 1751.
L'albergo è decorato, nell'altrio, negli scaloni, nella grande sala d'ingresso del primo piano e nei corridoi dalle statue e dai busti dei benefattori che permisero la costruzione dell'Albergo dei Poveri.
Nel 1991 è stato siglato un accordo con il quale viene trasferito per cinquant'anni all'Università degli Studi di Genova il diritto di superficie sull'intero complesso  che  ora è in restauro.


Il retro dell'Albergo dei Poveri con i giardini ora Serre Comunali
(foto di Antonio Figari)

Non è visitabile al pubblico ma durante i giorni feriali il portone principale è aperto poiché al piano terreno vi è una filiale di una banca. E così, memore di quando da piccino ero portato dai miei genitori a Messa qui la domenica, ho varcato la soglia e, in un'atmosfera degna di un film di spiriti e fantasmi, mi son addentrato tra le statue ed i corridoi.

La statua di Ettore Vernazza sullo scalone dell'Albergo dei Poveri che conduce al primo piano
(foto di Antonio Figari)




La cassetta per le elemosine posta sotto la statua di Ettore Vernazza
(foto di Antonio Figari)

L'atrio del primo piano dell'Albergo dei Poveri e le splendide statue che lo adornano
(foto di Antonio Figari)




La statua di Giovan Francesco Granello, amico di Emanuele Brignole, collocata nell'atrio del primo piano dell'Albergo dei Poveri
(foto di Antonio Figari)


L'ala del primo piano riservata alle donne, come ci ricorda una lapide di marmo posta all'ingresso di questo corridoio
(foto di Antonio Figari)




L'interno della Chiesa dell'Albergo dei Poveri e la splendida Immacolata del Puget sull'altare
(foto di Antonio Figari)


11. Parco dell'Acquasola  
La Spianata o Parco dell'Acquasola è un'area verde sita nel centro della città di Genova a ridosso delle Mura Trecentesche erette per difendere la Superba dalla minaccia rappresentata da Castruccio Castracane, signore di Lucca, che era in procinto di tentare di conquistarla.
Il toponimo Acquasola deriverebbe dall'unione dei termini "acca" (acqua) e "Sola" (una delle ninfe Driadi). Il bosco che qui sorgeva, attraversato dal Rio Torbido, infatti, secondo la tradizione, era abitato dalla ninfa Sola. Successivamente questo bosco fu definito Bosco del Diavolo, ma questa è un'altra storia. 
Nel XVI secolo questo grande spazio interno alla mura a ridosso dei bastioni venne utilizzato come deposito per il materiale di scarto proveniente dai lavori per la costruzione dei palazzi di Via Garibaldi. Il nome con cui era soprannominata questa area era dei "Muggi" (parola in dialetto genovese che significa "mucchi", dato il grande accumulo disordinato di materiali vari).
Nel XVII secolo qui vennero seppelliti i morti di peste (ancora oggi, scendendo sotto il Parco, è possibile passeggiare tra le ossa; Se vi va di approfondire questo aspetto trovate un filmato e la storia di quel che successe nel paragrafo 1 nella pagina de la GENOVA sotterranea). 
Il Parco che vediamo oggi è frutto del progetto del 1821 di Carlo Barabino, progetto che vede la luce nel 1825: sfruttando i bastioni trecenteschi e cinquecenteschi viene creata una struttura terrazzata che corre dal Ponte Monumentale fino a Villetta di Negro.
Venne demolita la Porta di Santa Caterina (o dell'Acquasola, di cui rimane ancora oggi la statua della Santa conservata all'Accademia Ligustica e di cui vi parlo al paragrafo 14 della pagina de le PORTE di GENOVA), che sorgeva all'incirca dove oggi vi è la statua di Vittorio Emanuele II in Piazza Corvetto, e con due arcate venne collegata la zona di Villetta di Negro al pianoro che correva fino al Ponte Monumentale.

La Spianata dell'Acquasola vista da Villetta Di Negro prima che fosse concepita Piazza Corvetto

In questa immagine si vede la scalinata che univa la spianata dell'Acquasola alla zona sottosctante di Piccapietra; sullo sfondo i bastioni dove sarebbe stata poi stata eretta Villetta di Negro

Il Muraglione che guarda a San Vincenzo viene ampliato e modellato come un bastione con un angolo a torre circolare.

Le mura dell'Acquasola
(foto di Antonio Figari)


Le mura dell'Acquasola al tramonto
(foto di Antonio Figari)


Charles Dickens nel 1843 così la descriveva nel suo "Immagini d'Italia":
"Il giardino [qui] vicino, che appare fra i tetti e le case, tutto fiorito di rose rosse e fresco per le acque delle piccole fontane, è l'Acquasola: la passeggiata pubblica, dove la banda militare suona gaiamente, dove i veli bianchi delle genovesi si radunano numerosi, e dove le famiglie nobili della città, con gli abiti da cerimonia, se non con perfetta saggezza, girano intorno nelle carrozze di gala."
 
Gustave Flaubert, nel 1845, così la descriveva in una lettera:
"L'acqua sola', passeggiata, verdi viali, siepi di rose, musica. Visto una donna che batteva il tempo con la testa, dal naso fine, pallida, la testa coperta da un velo bianco bordato di nero, il resto dell'abito a lutto; grandi occhi azzurri, profilo all'Esmeralda ... È la più bella donna che io abbia mai visto; non mi stancavo di guardarla"

Mark Twain veniva all'Acquasola ad osservare la bellezza del gentil sesso e scriveva:
“Può darsi che in Europa vi siano donne più graziose, ma io ne dubito. Genova conta 120.000 anime: di queste, due terzi sono donne, ed almeno due terzi di queste sono molto belle (…). La maggior parte delle damigelle sono vestite di una bianca nube dalla testa ai piedi, sebbene molte si adornino in una maniera più complicata. Nove su dieci non hanno sul capo null’altro che un sottilissimo velo ricadente sulle spalle a guisa di bianca nebbia. Hanno capelli biondissimi e molte di loro occhi azzurri, ma più spesso si vedono occhi neri e castani. Le signore e i gentiluomini di Genova hanno la piacevole abitudine di passeggiare in un ampio parco in cima a una collina al centro della città [Spianata dell’Acquasola n.d.r.] dalle sei alle nove di sera; e quindi, per un altro paio d’ore, di prendere il gelato in un giardino adiacente”.
Lo stesso Twain, deprecando l'abitudine di fumare nel parco, nonostante sia nota la sua passione per il sigaro (famosa la sua frase "mangiare e dormire sono le uniche attività che dovrebbero poter interrompere un uomo nel godimento del suo sigaro"), sbeffeggiava i raccoglitori di cicche che seguivano le loro "prede" in attesa che gettassero quel che restava della loro sigaretta per terra, paragonandoli a "quel becchino di San Francisco che soleva visitare i letti dei malati e, orologio alla mano, calcolare il tempo in cui quelli sarebbero diventati cadaveri".

Martin Piaggio, poeta il cui busto troneggia a pochi passi dall'Acquasola, il quale fu uno dei promotori dell'apertura dei giardini dell'Acquasola, si lamentava per la velocità eccessiva delle carrozze. 

Il Banchero dal canto suo criticava invece l'aristocrazia che "misurava cento volte un lato (quello sinistro), anzichè fare tutto il giro": i nobili infatti, per non mischiarsi al popolo che passeggiava sul lato destro del parco, andavano su e giù per il lato sinistro.

All'Acquasola, quando calavano le tenebre, lungo il muragione del parco che dava sulla Contrada degli Orfani (il alto del parco che dà su Via Serra e Via Galata, detta "degli Orfano perchè in Via serra vi era il Collegio di San Giovanni Battista, orfanotrofio pubblico) si riunivano i carbonari della Giovine Italia: Mazzini, Bixio, I fratelli Ruffini, Giorgio e Raimondo Doria. Quest'ultimo fu il delatore che vendette i compagni alla polizia facendoli scoprire. Pare che volle che la sua ricompensa fosse spesa per dare l'illuminazione notturna al parco.

L'Acquasola divenne così famosa nel mondo che una delegazione di Mosca in visita a Genova volle visitarla e decise di proporre un progetto simile per un elegante giardino pubblico moscovita che avrebbe preso lo stesso nome.

La creazione di Piazza Corvetto distrusse parte del parco che, nonostante il degrado e l'incuria, ancora oggi, con i suoi due ettari e mezzo, è meta dei tanti genovesi che qui trascorrono un pò di tempo libero all'ombra degli splendidi platani che quasi si rinccorrono lungo tutto il Parco dell'Acquasola.
 

12. Carcere della Malapaga

Il Carcere della Malapaga sorgeva dove oggi si trova il palazzo della Guardia di Finanza in Piazza Cavour, lungo le Mura dette appunto della Malapaga.
In questa struttura venivano rinchiusi i debitori insolventi: di essa non rimane nulla se non il nome che identifica le vicine Mura e i racconti legati a questo luogo di detenzione ed agli illustri personaggi che qui forzatamente soggiornarono.


13. Il primo Manicomio di Genova


Il primo manicomio di Genova

L'11 maggio 1834, nel sobborgo di San Vincenzo, nell'attuale zona occupata da Via Cesarea, viene posta la prima pietra di quello che diverrà il primo manicomio cittadino.
Il progetto viene affidato agli architetti Carlo Barabino, Domenico Cervetto e Celestino Foppiani: fu quest'ultimo a portare a compimento il progetto dopo la rinuncia dei primi due.
Inaugurato sette anni dopo, il complesso era formato da un fabbricato centrale di forma rotonda alto cinque piani da quale si diramavano sei raggi o bracci. Questi ultimi erano attraversati un corridoio centrale lungo il quale si affacciavano le celle e in fondo al quale vi era un bagno.
Qui erano ospitate diverse tipologie di malati che venivano raggruppati a seconda della sindrome.
Non mancavano le camere oscure dove venivano isolati gli alienati per farli calmare nei momenti di eccitazione eccessiva.
Vi erano infine quattro stanze dette "di osservazione" dove i medici potevano studiare se la pazzia dei malati fosse reale o simulata.
Questo complesso venne demolito nel 1914 per far posto al nuovo quartiere residenziale che ancora oggi viene denominato "quadrilatero": esso in realtà aveva già da qualche anno perso la sua funzione di manicomio dopo l'apertura del Manicomio di Quarto; quest'ultimo oggi, persa la sua funzione, è parzialmente abbandonato, strano il destino dei manicomi a Genova!?!

Il manicomio visto dalle Mura delle Cappuccine
Le fronti basse in primo piano, il manicomio e sullo sfondo Genova

Una curiosità: come noterete nella mappa di Genova presente nella settima edizione della guida per viaggiatori "Italy, handbook for travellers", pubblicata nel 1886, di cui allego qui sotto un'immagine, Via Galata, prima della realizzazione di Via XX Settembre, giungeva fino alle porte del manicomio (nella mappa in fondo a destra si nota parte della circonferenza di perimetro di quest'ultimo).

mappa di Genova del 1886

Con la nascita di Via XX Settembre, Via Galata viene tagliata in due e la parte verso il manicomio prende il nome di Via Cesarea. 
Se Vi capita di imboccare Via Galata da Via XX Settembre noterete che i civici bianchi e rossi non partono dal numero uno: questo perchè, con la nascita di Via XX Settembre e il taglio di Via Galata, quest'ultima ha "perso" alcuni palazzi e non si è voluto mettere mano alla toponomastica. Via Galata quindi è forse l'unica Via di Genova che non parte dal civico numero 1.


14. Palazzetto Criminale


Particolare del Portale del Palazzetto Criminale sormontato dallo stemma di Genova sorretto da due grifoni
(foto di Antonio Figari)


L'interno del Palazzetto Criminale, come si vede da questa foto, è ancora da restaurare
(foto di Antonio Figari)





Gli edifici pubblici di Genova da raccontare non sono finiti...

(continua...)


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18 commenti:

  1. Purtoppo le serre comunali diverranno palazzine e posteggio sotteraneo riempiendo così la valletta di cemento.

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    1. Ciao! Non sono a conoscenza di questo scellerato progetto e spero sia solo un'idea strampalata di qualche progettista e che essa rimarrà solo sulla carta. Sarebbe un delitto perdere questa valle ed il suo verde.

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  2. negli anni 70 mia mamma lavorava al pammatone ora tribunale dei minori..era un distaccamento ambulatoriale del San Martino

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    1. Se hai immagini o aneddoti curiosi scrivimi!

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  3. L'ambulatorio di Pammatone, da non confondersi con quello più recente (una sorta di revival) di Via Gestro,ora chiuso,dipendeva da San Martino (da bambino, nel '60,mi ci avevano portato a fare una visita).Era situato sulla spianata dell'Acquasola ed ora credo che continui ad ospitare il Tribunale dei Minori. Nel corpo munito di torretta c'era il vecchio Istituto di Anatomia dell'Università (ante San Martino) e la relativa torretta (si dice e credo che sia vero) serviva ad arieggiare non tanto le mefitiche sale settorie, quanto la molto sottostante galleria ferroviaria ...

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    1. Ciao Pippo! Eh sì, il vecchio ambulatorio è ora sede del Tribunale dei Minori.
      La vicina palazzina con torretta, Villetta Serra, oggi sede del Museo Biblioteca dell'Attore, era invece, come dici te, il vecchio Istituto di Anatomia.
      Pensavo e ho letto nei miei libri che la torretta aiutasse ad incanalare l'odore delle sale settorie ma stuzzica molto la mia curiosità l'idea che essa servisse anche come camino di sfiato del treno sottostante... indagherò!

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  4. Aspetto altre foto di Palazzo San Giorgio,amico... Spero di vederle presto! Ciao

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    1. Ciao Laila! Presto le metterò!
      Buona giornata amica mia!

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  5. Ciao Antonio!
    avevo letto che il primo manicomio aveva forma pentagonale ed era situato sulla collina di albaro se non sbaglio, verso la foce, ma non mi ricordo bene! Aspetto la storia!!
    A presto
    Elisa

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    1. Ciao Elisa, presto racconterò la storia del Manicomio e la Tua curiosità sarà soddisfatta. Per il momento Ti dico solo che ciò che mi hai scritto è solo in parte esatto!

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  6. Ti seguo e ti ammiro per l'amore che abbiamo in comune per la nostra città. cerco anche io nel mio piccolo blog
    htpp:/raccontidinonnablogspot.blogspot.com di portare a conoscenza le bellezze della mia amata città,
    nel mio piccolo le trasmetto anche a una comunità in web di over a livello internazionale.
    se hai pacere il albamorsilli@gmail.com

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    1. Cara Alba, è bello vedere tanti genovesi che amano la propria città e che diffondono la sua bellezza sul web. Sarà un piacere leggere le pagine del tuo blog!

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  7. Sono rimasto affascinato per la bellezza, la cura, le ricerche storiche, le foto, le storie. i detti ed i proverbi inerenti alla ns. città. Mi chiamo Alessandro Biasotti e sono proprietario di un'ag. immobiliare in Genova. Siccome posseggo uno spazio su Facebook dove ogni tanto pubblico qualche cosa inerente alla ns. Città ti chiedo il permesso di poter pubblicare qualcosa sul mio spazio FB tratto dal tuo sito. Ancora complimenti e mi ritengo fortunato ad averti scoperto in modo tale che possa seguire e leggere tutto ciò che hai pubblicato su Genova. Grazie di cuore

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    1. Caro Alessandro,
      Ti ringrazio moltissimo per le Tue parole.
      Volentieri Ti concedo il permesso di pubblicare stralci del mio sito sulla Tua pagina facebook, Ti chiedo soltanto di citarmi quale autore.
      Un caro saluto
      Antonio

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  8. il manicomio? Sig. Figari non ha piu scritto nulla a tal proposito? Arrivederci

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  9. Marco Pistolesi13 febbraio 2017 09:16

    Ciao Antonio, sono un architetto romano, studioso di Storia dell'Architettura. Sto scrivendo un saggio, che a breve sarà pubblicato su una nota rivista scientifica, in cui parlo di alcuni edifici seicenteschi di Genova, e vorrei inserire nel testo la tua foto dell'interno della chiesa dell'Albergo dei Poveri. Naturalmente, citerei il tuo nome nella didascalia, in qualità di autore della foto, e all'occorrenza anche il tuo blog come fonte di provenienza dell'immagine. Nel caso in cui tu acconsenta alla pubblicazione, potresti farmi avere l'immagine originale, cioè priva della scritta "i segreti dei vicoli di Genova"? Grazie.

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    1. Ciao Marco, sarà un piacere esserti di aiuto. Ho visto che mi hai mandato anche una mail. Ti rispondo a breve.

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