poeti SANTI scrittori AVVENTURIERI

I vicoli videro passare nei secoli molti personaggi passati alla storia, genovesi di nascita o provenienti da ogni parte del mondo: alcuni sono conosciuti ai più, altri un po' meno, quasi tutti  ricordati da targhe o lapidi in marmo (basta sapere dove trovarle!), altri invece, spesso proprio i genovesi di nascita,  dimenticati dalla loro città matrigna.
In questa pagina troverete le storie di:
1. Antonio Malfante
2. Giulio Cesare Drago
3. Daniel O' Connell
4. Carlo Malinverni
5. Giovanni Caboto
6. Ciro Cirri
7. Santa Caterina Fieschi Adorno
8. Balilla
9. Giovanni Battista Ottone
10. Giovanni Carbone
11. Pittamuli
12. Gilberto Govi
13. Carlo Goldoni
14. Il benefattore di Vico della Casana
15. Andalò di Negro
16. Alessandro Manzoni
17. Gio Battista Baliano
18. Francesco Petrarca
19. I Beatles
20. I Rolling Stones
21. David Bowie
22. Cattaneo Pinelli
23. Pietro Boetto 
24. Luigia Pallavicini
25. Paolo Villaggio
26. Lorenzo Garaventa
27. Nicolò Garaventa
28. Charles Dickens
29. Albert Einstein
30. Guglielmo Marconi
31. Bartolomeo Pagano

...e molti altri


1. Antonio Malfante (1409-1450)

La lapide in ricordo di Antonio Malfante in Piazza Cattaneo
(foto di Antonio Figari)


In piazza Cattaneo,  poco distante da piazza San Giorgio, se alzate lo sguardo potrete notare una lapide in ricordo di Antonio Malfante.
Nato nel 1409, egli fu il primo commerciante genovese ed europeo ad attraversare il Sahara spingendosi fino al fiume Niger. Intrapreso il viaggio nel 1447 per conto della Banca Centurione, egli si spinse fino all'oasi sahariana di Tuwat. Da quel luogo scrisse una lettera in latino a Jane Marihoni, figlio di Quilico il quale era un commerciante genovese che commerciava nelle terre del re d'Aragona e aveva la propria sede commerciale a Maiorca, luogo dove il Malfante anni dopo concluse la propria vita. Malfante e Marihoni volevano aprire una nuova via commerciale che potesse far loro evitar di passare nelle zone berbere, dove bisognava pagare dazio agli abitanti del luogo: i commerci che volevano intraprendere riguardavano l'oro, l'avorio e, secondo alcune fonti, anche gli schiavi.
Ecco come Malfante ci racconta il fiume Niger: " (…) attraverso queste terre scorre un fiume molto grande, che in determinati periodi dell'anno inonda tutte queste terre. Questo fiume passa vicino alle porte di Thambet ( Timbuktu n.d.r.) (…)Ci sono molte barche su di esso, con le quali si portano sul commercio (…)". Se qualcuno di Voi fosse interessato è acquistabile anche on line in italiano il libro di Malfante che racconta la sua avventura africana: "Lettera di un mercante genovese" di Antonio Malfante.
Di ritorno dal proprio viaggio, come prima anticipavo, Antonio Malfante non si diresse a Genova ma a Maiorca, dove nel 1450 morì.


2. Giulio Cesare Drago (?-1880)

Il ponte di Carignano
(foto di Antonio Figari)



Il ponte che collega il colle di Carignano a Sarzano, scavalcando la valle del Rivotorbido dove fino agli anni 60  vi era la zona di Via Madre di Dio, costruito dalla nobile famiglia dei Marchesi Sauli, era purtroppo diventato famoso per il salto dal ponte:  aspiranti suicidi saltavano il basso parapetto e si lanciavano nel vuoto. Era divenuto un modo di dire a Genova "piggiâ o ponte de Caignan pe-o schaen da porta”.
Giulio Cesare Drago fece un lascito al Comune di Genova perché venissero innalzate inferriate per far cessare questa triste consuetudine.


Una lapide marmorea sul palazzo in Via Ravasco n. 13, appena superato il ponte prima di giungere a Sarzano, ricorda il dono ed il benefattore: “Perché non passi in consuetudine l’esempio antico e recente di gittare disperatamente la vita dai ponti di Carignano e dell’Arco Giulio Cesare Drago ragguardevole mercante genovese negli anni 1877-1879 con largo dispendio provvide che di ferrea cancellata ne fossero barrate le sponde volle rimanere finchè visse benefattore ignorato. Morto in Firenze il 9 agosto 1880 il suo testamento lo fe’ manifesto. Il municipio di Genova per la meritata e ricusata onoranza gli decretò questa lapida il 10 agosto 1880”.
Drago volle rimanere benefattore anonimo e solo dopo la sua morte il suo testamento fece conoscere il suo generoso gesto.


La lapide in ricordo del gesto di Giulio Cesare Drago
(foto di Antonio Figari)
Il Ponte di Carignano prima che venisse posizionata la ferrea cancellata

Giulio Cesare Drago è ricordato anche in un altra lapide marmorea, posta sul Ponte Monumentale: anche qui egli donò una considerevole somma di denaro perché fossero erette delle inferriate di ferro per impedire che "si antivenisse a morti volontarie o fortuite" come ci racconta la lapide marmorea posta sul ponte.


La lapide sul Ponte Monumentale
(foto di Antonio Figari)

La lapide  e le inferriate sul Ponte Monumentale
(foto di Antonio Figari)

Un'immagine ottocentesca di Corso Andrea Podestà prima che sul Ponte Monumentale fossero posizionate le inferriate



3. Daniel O'Connell (1775-1847)

In Via al Ponte Reale, la strada che collega Piazza Banchi a Caricamento, se alzate lo sguardo sulla destra vedrete sulla facciata di un palazzo una lapide in marmo in ricordo di Daniel O' Connell che, di passaggio a Genova nel suo viaggio verso Roma, qui morì.


Quasi sconosciuto in Italia, nella sua Irlanda O' Connell è un eroe nazionale ricordato anche da un monumento e  da una via nel centro di Dublino. Conosciuto anche come The Liberator o The Emancipator dedicò la sua vita all'emancipazione dei cattolici irlandesi allo scopo di far partecipare questi alla vita politica della sua nazione. Fautore della protesta non violenta la sua carriera politica lo portò a divenire primo sindaco cattolico di Dublino. Fu promotore della protesta contro l'Act of Union che sanciva l'unione del Regno della Gran Bretagna con il Regno dell'Irlanda al fine di costituire il Regno unito di Gran Bretagna e Irlanda. Il suo rifiuto della violenza gli fece perdere molto del suo seguito popolare che invece era sempre più affascinato dal nuovo movimento della Giovane Irlanda, più propenso all'uso della forza per giungere all'indipendenza della nazione.

Partito dalla sua terra natia per giungere a Roma concluse la sua vita nel centro storico della Superba.



4. Carlo Malinverni (1855-1922)



Unna gëxa, un convento, un gran ciassâ,
con quattro ærboëti che no peuan scricchî,
e unna paxe da fratti; - o pòrto, o mâ

(pöso de Zena) lì sotta e depoì.
Mi ghe vegno ògni tanto pe passâ
a gnàgnoa, pe no vedde e no sentî,
ëse solo, rescioâme, e in sciô mæ teâ

tesce o mæ verso co-o mæ pöco fî. (...)


Questi versi sono parte di una poesia del Malinverni: se leggete tra le righe troverete la parola gnàgnoa, la noia, l'angoscia esistenziale che il poeta riesce a lenire solo con l'arte e il trascorrere il suo tempo in luoghi a lui cari. In questa poesia questo luogo dove cercare la pace dell'anima è il Convento di San Francesco da Paola sulle alture di Genova. 
Carlo Malinverni nasce a Genova nel 1855 in una famiglia borghese. Vicino al movimento repubblicano divide la sua vita tra il suo lavoro in banca alla Cassa di Risparmio di Genova e lo scrivere sui giornali dell'epoca come "il Caffaro" e "La Liguria illustrata" e sulla rivista scapigliata  "Rivista Azzurra".
Nelle sue poesie in dialetto genovese, raccolte in due volumi, troviamo la sua angoscia di vivere e la sua continua ricerca di quella pace interiore impossibile da raggiungere.
In Via Martin Piaggio è collocato un busto in suo ricordo.



5. Giovanni Caboto
Avete Mai sentito parlare di Giovanni Caboto? Questo personaggio, poco conosciuto e i cui natali sono contesi tra Genova e Gaeta (anche se gli studi più accurati lo legano alla terra ligure) è il secondo genovese ad arrivare in America.
Un giorno Vi racconterò la sua storia.


Capo Bonavista, Nuova Scozia monumento in ricordo di Giovanni Caboto
(foto da Wikipedia)


6. Ciro Cirri (1878-1911)

Alzi la mano chi conosce la storia di quest'uomo. Genovese di origini romane ebbe una breve vita segnata  dall'audacia e purtroppo anche dalla sfortuna.
Meccanico navale, poi autista del primo taxi della Lanterna, si innamorò del volo e diventò uno dei primi pioneri dell'aria in Italia nonchè primo aviatore genovese.
Un "Bleriot" del tutto simile a quello di Ciro Cirri
Iniziò a volare con un velivolo da lui costruito.
In seguito, con un "Bleriot", regalatogli dalla compagnia di navigazione genovese "La Veloce", dopo aver preso il brevetto di volo all'aeroporto di Cameri, compì arditi voli su Novara nel 1910 e sulla sua Genova nel 1911.

Il "Bleriot" di Cirri sopra la cupola antonelliana della  Basilica di San Gaudenzio di Novara
All'epoca nella Superba vi era un campo d'aviazione ad Albaro nei pressi dell'attuale Via Pisa: Cirri, decollato in mezzo alla folla strabiliata da questo "uccello meccanico", si alzò fino a 300 metri sorvolando le colline di Albaro prima ed il mare dopo. Il suo atterraggio in mezzo alla gente festante fu difficile a causa della calca ma per fortuna senza incidenti.
Cartolina raffigurante il "Bleriot" in volo sul Lido di Albaro in ricordo di Ciro Cirri, raffigurato nel tondo
Non fu però il primo volo di un aereo su Genova: fu infatti il belga Giovanni Olieslager, un anno prima, il 15 maggio 1910 a compiere, con il suo "Bleriot", davanti ad una folla di trentamila persone in estasi, un volo di sette minuti davanti al lido d'Albaro.
La vita di Cirri purtropppo si spezzò a Voghera l'anno seguente: era il 28 maggio 1911 e Cirri era stato chiamato per far un volo dimostrativo sulla cittadina lombarda.
Il suo "Bleriot" precipitò e il giovane pilota genovese di appena 33 anni morì lasciando una moglie e quattro piccoli bimbi. 842 lire vennero raccolte in poco tempo in una pubblica sottoscrizione che fu aperta per il sostentamento di quest'ultimi.
E i vicoli, mi direte Voi, cosa centrano in questa triste storia? Essi accolsero la vedova del povero Cirri  che tornò a Genova e si mise a vendere banane  e lumache in un banchetto all'aperto in Via Ravecca: era conosciuta in tutto il quartiere di Sarzano come "la  vedova del meccanico che volava".
Genova, spesso matrigna più che madre, sembra essersi dimenticata di Cirri e neanche una via è dedicata a questo giovane pioniere dell'aria nonché primo aviatore genovese.


7. Santa Caterina Fieschi Adorno (1447-1510)

Questa è la storia di Caterina Fieschi, andata in sposa al nobile Giuliano Adorno: prima, donna mondana e spensierata, poi, esempio di carità e dedizione al prossimo nell'Ospedale di Pammatone.

In Vico Indoratori, poco distante da Via Orefici, troverete la targa marmorea, che riporto qui sotto, la quale ricorda il luogo dove la Santa nacque; da notare anche lo splendido portone marmoreo di questo palazzo Fieschi.

(foto di Antonio Figari)

Già da adolescente Caterina sentiva crescere dentro di sè la vocazione religiosa tanto che il suo desiderio a 13 anni era quello di entrar nel Monastero delle Canonichesse Regolari Lateranensi, ordine che già aveva accolto la sorella Limbania, ma ciò le fu impedito.
Vi erano infatti altri progetti per Caterina: ella, con il suo matrimonio di convenienza con l'Adorno avrebbe posto fine alla secolare guerra tra le due nobili famiglie genovesi.
Il matrimonio fu però di breve durata: la mondanità a cui Caterina era costretta lasciava dentro lei un senso di vuoto e si vociferava tra la nobiltà genovese che il marito si intrattenesse con altre fanciulle. 
Il 24 marzo 1473 è la data di svolta della vita della Santa: fu in questo giorno che Caterina ebbe una visione mistica, che sarà poi raccontata nel suo "Trattato del Purgatorio", ed il suo cammino spirituale subì un'accelerazione drastica. Ella decise di abbandonare agi e ricchezze e di trasferirsi vicino all'Ospedale di Pammatone (di cui trovate la storia nella pagina de "gli EDIFICI pubblici") ed il marito, anch'egli deciso a cambiar vita, andò a vivere con lei ed entrò nel terzo ordine francescano.
Caterina concentra tutte le proprie energie verso i più disperati, coinvolgendo nell'opera anche il marito. Oltre a queste doti di rara carità ed amore per il prossimo, Caterina è ricordata anche per le sue doti manageriali che la faranno divenire, rarità per l'epoca in cui visse, direttrice dell'Ospedale di Pammatone.
Ammalatasi di peste nel 1493 ne guarì per tornare subito dai suoi malati del Pammatone.
Sarà uno dei suoi migliori discepoli, il notaio Ettore Vernazza, ad aprire vicino all'ospedale di Pammatone, l'Ospedale degli Incurabili (di cui trovate la storia nella pagina de "gli EDIFICI pubblici").
Santa Caterina Fieschi morì nel 1510 e venne canonizzata da Papa Clemente XII nel 1737.
Le sue spoglie si trovano tuttora nella Chiesa della Santissima Annunziata di Portoria, che si trova subito dietro l'Ospedale di Pammatone, da tutti conosciuta anche come Chiesa di Santa Caterina da Genova.
La diocesi di Genova ne celebra il culto il 12 settembre.


8. Giovan Battista Perasso, detto Balilla (1729 o 1735-1781)

Giovan Battista Perasso o Giambattista, detto Balilla (1735–1781)

Ricordato per l'aver dato inizio alla rivolta dei genovesi contro gli austriaci invasori il 5 dicembre 1746 al grido di "che l'inse?" (trovate una breve storia di quell'episodio nella pagina de "le PIETRE parlanti"), non si hanno notizie certe sulla sua nascita.
Le cronache ci raccontano che il suo nome era Giovan Battista Perasso, secondo una tradizione nato a Genova nel quartiere di Portoria nel 1735, secondo altre fonti più accreditate dagli storici ottocenteschi invece nato  nella frazione di Pratolongo di Montoggio nel 1729, piccola cittadina della Valle Scrivia, entroterra del genovesato. All'epoca dei fatti dunque era poco più che un ragazzino. 
La sua nascita rimane avvolta da un alone di mistero e la cosa ne  esalta ancor di più la figura eroica e leggendaria. 
Pare che il giovane Balilla fosse impiegato in una bottega di tintori, una delle tante presenti nel quartiere di Portoria, dove poco distante da qui, in Salita Santa Caterina, aveva sede la loro casaccia nello splendido Oratorio di San Giacomo delle Fucine (di cui trovate la storia nella pagina de "gli ORATORI e le CASACCE"), ora scomparso a seguito del tracciamento di Via Roma.
Di sicuro sappiamo, invece, da un resoconto dell'epoca dei fatti inviato al governo austriaco, che un ragazzo (il termine Balilla equivale a "ragazzo" o "monello" e deriva dal tipico diminutivo genovese del nome Giovanni Battista "Baciccia")  diede inizio alla sassaiola: "la prima mano onde il grande incendio si accese, fu quella di un picciol ragazzo, quel dié di piglio ad un sasso e lanciollo contro un ufficiale tedesco."
Il Balilla, raccontano le cronache, venne ricompensato dalle autorità cittadine con una licenza per aprire un fondaco di vino che lo stesso aprì nei pressi della Porta del Portello.
In fondo però poco importa sapere con esattezza chi fosse il Balilla: come giustamente afferma lo storico Federico Donaver, parlando del monumento a lui dedicato in Piazza Portoria, esso rappresenta "l'ardire generoso d'un popolo che, giunto al colmo dell'oppressione, spezza le sue catene si rivendica la libertà".
Il mito di Balilla viene amplificato dapprima durante il Risorgimento, esempio fulgido di italiano che si ribella all'invasore straniero, e successivamente nel ventennio fascista durante il quale viene creata l'Opera Nazionale Balilla, organo del Partito nazionale Fascista, a carattere parascolastico e paramilitare, fondato nel 1926. 
Due curiosità, la prima: si sente poco cantare la quarta strofa dell'inno d'Italia che cita l'eroe Genovese "I bimbi d'Italia / si chiaman Balilla"; Mameli, genovese, ricorda così il suo concittadino.
Altra cosa che pochi sanno se non perchè raccontata dai propri nonni o, come me, letta su qualche vecchio libro: una volta nell'entroterra genovese erano diffusi dolci fatti di pasta frolla e zuccherati in superficie detti "panin du Balilla" in onore dell'eroe genovese.
Se volete onorare la sua memoria fate un passo a  "salutarlo" in Piazza Portoria, davanti all'antico Ospedale Pammatone ora trasformato nel Tribunale cittadino: lì si erge una statua in ricordo di Balilla e del suo eroico gesto, donata nel 1862 dalla Società Promotrice delle Arti Belle di Torino, come ci ricordano le parole incise nel piedistallo del monumento dedicato al giovane eroe genovese:

5. DICEMBRE 1746

QUESTO SIMULACRO
DI GIAMBATTISTA PERASSO BALILLA
LA SOCIETA' PROMOTRICE DELLE ARTI BELLE DI TORINO
DONAVA NEL MDCCCLXII
PER DIMOSTRAZIONE DEI FORTI AFFETTI
CHE STRINGONO DUE CITTA'
DONDE VENNERO AGLI ITALIANI DEL SECOLO XVIII
INCITAMENTI MAGNANIMI
A LIBERARE LA PATRIA DALLO STRANIERO
___ . ___

IL MUNICIPIO
INNALZO' IL MONUMENTO NEL MDCCCLXIII
GLI CREBBE DECORO NEL MDCCCLXXXI

Genova lo ricorda anche nel nome della via che corre tra Piazza Portoria e Via XII ottobre a lato della Chiesa di San Camillo (come vedete dalle date incise nell'angolo in basso a destra il Comune prende per buona la nascita di Balilla nel 1729).

Via Balilla
(foto di Antonio Figari)



9. Giovanni Battista Ottone

All'angolo tra Piazza Campetto e Via Orefici se alzate lo sguardo noterete una lapide marmorea in ricordo di un altro eroe della rivolta contro gli austriaci: Giovanni Battista Ottone.
In Piazza Campetto, proprio al civico 1, dove vi è la lapide in suo ricordo, Ottone aveva un negozio di tendaggi e tappezzerie.
Siamo nel bel mezzo della rivolta della nostra città contro gli austriaci invasori, il Balilla ha lanciato il sasso e il popolo si è sollevato.
Giovanni Battista Ottone con grande dispendio di energie e soldi arma e nutre molti genovesi e alla loro testa li conduce alla battaglia contro l'odiato straniero.
Un nostro concittadino da ricordare che però quasi nessuno conosce; non vi sono infatti vie o piazze a lui intitolate e solo queste parole incise sul palazzo di Campetto ricordano le sue gesta e il suo coraggio:

(foto di Antonio Figari)


10. Giovanni Carbone (1724-1762)

Un altro eroe genovese deve esser ricordato per i moti contro gli austriaci del 1746: il suo nome è Giovanni Carbone e le sue gesta sono ricordate da due lapidi marmoree, una in Via Gramsci e una nella Chiesa delle Vigne.
Il 10 dicembre 1746 è il giorno in cui questo giovane diventò un eroe.
Viganego, frazione di Bargagli è il suo paese d'origine. Nel 1746 egli aveva 22 anni e si guadagnava da vivere servendo ai tavoli dell'Osteria Crocebianca che si trovava non lontano da Porta San Tommaso (Porta di cui trovate la storia nella pagina de le PORTE di GENOVA).
Le cronache dell'epoca raccontano che durante gli scontri contro gli austriaci presso questa Porta, Carbone, nonostante fosse ferito, riuscì a recuperare le chiavi della città che erano finite in mano all'odiato nemico straniero.
Carlo Varese nella sua "Storia della Repubblica di Genova dalla sua origine sino al 1814"  ci racconta che Carbone, arrivato a Palazzo Ducale "s'inoltrò sino ai primi gradini del trono su cui sedeva il Doge: "Queste, disse, sono le chiavi delle porte dalle Signorie loro Serenissime con tanta franchezza rassegnate ai nostri nemici: il popolo le ha recuperate col loro sangue, e spera che per l'avvenire saranno un pò meglio custodite”.
Eccovi la lapide di Via Gramsci che lo ricorda:

Giovanni Carbone (1724-1762)
e le parole in essa incise: 

GIOVANNI CARBONE
POPOLANO
INSIGNE ESEMPIO DI VIRTU' CITTADINA
 ________

NEL 1746
STRAPPA EROICAMENTE DA MANI STRANIERE
LE CHIAVI DI GENOVA
E
LE RESTITUISCE MAGNANIMO
AL GOVERNO
CHE LE AVEVA DEBOLMENTE
CEDUTE
 ________

LA SOCIETA' DI MUTUO SOCCORSO
IL RISORGIMENTO OPERAIO
PONEVA
IL 22 GIUGNO 1881   
  


Egli venne sepolto nella Chiesa delle Vigne, dove ancora troverete la sua lapide entrando sulla destra con incise queste parole:

JOANNI CARBONO
QUOD 
MAXIMO IN PATRIAE DISCRIMINE
CIVIUM ANIMIS
EXEMPLO VIRTUTE EXCITATIS
THOMASINA PORTA VINDICATA
CLAVIBUS SENATUI RESTITUTIS
PRO LIBERTATE
STRENUE AC FORTITER PUGNAVERIT
BENEMERENTI
PUBLICUM MONUMENTUM
OBIIT XIIII MDCCXII
AETATIS XXXVIII  
 
(A Giovanni Carbone
che
nel supremo pericolo in Patria
infiammando gli animi dei cittadini
con l'esempio della sua virtù
rivendicata la Porta di San Tommaso,
restituite le chiavi al Senato
per la libertà
con coraggio e con forza combattè
la Repubblica decretava questa memoria
morì il 19 maggio 1762
all'età di 38 (anni))     

 
Ora che conoscete la sua storia, quando passate in Via Gramsci o entrate alle Vigne, dedicate un pensiero a Giovanni Carbone, uno dei Genovesi che più si distinse nei moti del 1746. 
 

11. Pittamuli 

Stampa ottocentesca raffigurante Balilla in mezzo a Pittamuli (sulla sinistra) e Pier Maria Canevari (sulla destra)



Il Balilla non è il solo piccolo, per età anagrafica, eroe che si distinse per il suo coraggio nell'insurrezione del 1746.
C'è un altro ragazzino dell'età di 10 anni (secondo quanto ci dice Accinelli), 11 (scrive il Quinto), quasi sconosciuto ai più, di cui è giusto tessere le lodi: Pittamuli.
Ecco i fatti: il 12 dicembre, due giorni dopo il gesto di Balilla, trecento soldati austriaci che tentavano di raggiungere il Generale Botta a Sampierdarena vengono fermati dalla popolazione genovese e costretti ad indietreggiare fino al Ponte di Sant'Agata; nella rocambolesca ritirata una cinquantina di essi riparano in un'osteria vicino al Ponte. Questa viene subito presa d'assedio dalla popolazione inferocita. Nessuno però sembra intenzionato a fare la prima mossa: ed ecco il Pittamuli che con una pistola in una mano e una fiaccola accesa nell'altra corre verso l'osteria sparando verso i nemici e, arrivato davanti ad essa, dà fuoco alle masserizie che gli austriaci avevano accumulato davanti ad essa a loro difesa.
Gli odiati invasori, costretti ad uscire dalla locanda in fiamme, non possono che arrendersi ai Genovesi e il piccolo Pittamuli diventa il simbolo dell'eroica insurrezione.
Al Pittamuli fu dedicata la strada che dalle alture conduceva a Borgo Incrociati (quella che è l'odierna Corso Montegrappa) ed una piccola traversa di Via Colombo che ancora oggi porta il suo nome.

Via Pittamuli (ora Corso Montegrappa)



12. Gilberto Govi (1885-1966)

Gilberto Govi (1885-1966)
Invece di raccontarVi la figura di Gilberto Govi, da tutti conosciuta, preferisco far parlare direttamente lui e la sua arte attraverso  due  spezzoni di altrettante sue magnifiche interpretazioni: "Colpi di timone", un film di Gennaro Righelli del 1942, debutto cinematografico del mio illustre concittadino (qui Govi interpreta un piccolo armatore genovese, che, dopo un dottore che gli rivela che gli rimangono solo tre mesi di vita decide di togliersi un po' di sassolini dalle scarpe), e "Maneggi per maritare una figlia", commedia televisiva del 1959, regia di Niccolò Bacigalupo (qui Govi interpreta Steva, vessato da moglie, figlia, dalla domestica e dal turbinio dei pretendenti alla mano della figlia che si susseguono).
Buona visione!








13. Carlo Goldoni

Perchè inserire il drammaturgo, librettista e scrittore veneziano in questa pagina? Ora Vi racconto.
E' il 22 agosto 1736 e nella Chiesa di San Sisto viene celebrato il matrimonio tra Carlo Goldoni e la genovese Nicoletta Conio. Genova dunque entra prepotentemente a far parte della vita del veneziano. 
Ecco come Goldoni nelle sue Memoria descrive l'incontro con la futura moglie e come è riuscito a conquistarla:

"Il direttore ed io avevamo alloggio in una casa attigua al teatro. Avevo visto alle finestre dirimpetto alle mie una giovane che mi pareva bellina, e avevo voglia di conoscerla. Un giorno che era sola la salutai teneramente; lei mi fece una riverenza e scomparve subito, né più si lasciò vedere.
Eccomi punto nella curiosità e nell’amor proprio; cerco di sapere chi sta di casa dirimpetto al mio alloggio: è il signor Conio, notaio del collegio di Genova, uno dei quattro notai deputati al banco di San Giorgio: rispettabile uomo, e ricco; ma che, per avere una famiglia numerosissima, non era agiato come avrebbe dovuto essere.
Bene, voglio far la conoscenza del signor Conio; sapevo che Imer aveva degli effetti di quel banco, provenienti dall’affitto dei palchi, e che li negoziava sul posto con agenti di cambio; lo pregai di darmi uno di quegli effetti, il che fece senza farsi pregare; e andai al banco di San Giorgio a presentarlo al signor Conio, approfittando dell’occasione per saggiarne il carattere.
Trovai il notaio circondato di gente; aspettai che fosse solo, mi accostai al suo scrittoio e lo pregai di cortesemente farmi rimborsare il valore dell’effetto. Quel brav’uomo mi accolse gentilmente, ma mi disse che m’ero sbagliato: che quei biglietti non si pagavano alla banca, ma che qualsiasi agente di cambio o qualsiasi negoziante me lo avrebbe pagato immediatamente. Mi scusai dicendo che ero forestiero, che ero suo vicino... Volevo dirgli parecchie cose, ma l’ora era tarda, mi domandò licenza di poter chiudere l’ufficio e mi disse che avremmo chiacchierato strada facendo.
Uscimmo insieme; lui mi propone di prendere un caffè, aspettando l’ora del pranzo; accetto, in Italia si piglian dieci tazze di caffè al giorno. Entriamo da un caffettiere, e siccome il signor Conio m’aveva visto insieme agli attori, mi domandò che parti sostenevo nella commedia.
- Signore, - gli dissi, - la vostra domanda non mi offende, chicchessia si sarebbe sbagliato come voi.
Gli dissi chi ero e che cosa facevo; lui si scusò, gli piaceva il teatro, ci andava spesso, aveva visto i miei lavori, era felice di aver fatto la mia conoscenza, e così io di aver fatto la sua. Eccoci amici; lui veniva da me, io andavo da lui vedevo la signorina Conio, ogni giorno più mi pareva piena di grazie e di virtù. In capo a un mese domandai al Conio la mano di sua figlia.
Non se ne meravigliò, s’era accorto della mia inclinazione, e non temeva un rifiuto da parte della ragazza; ma da quell’uomo savio e prudente che era mi domandò tempo, e fece scrivere al console di Genova a Venezia per avere informazioni sul mio conto. La dilazione mi sembrò ragionevole, anch’io scrissi nel medesimo tempo comunicando il progetto a mia madre: le feci un ritratto della mia bella, e la pregai di mandarmi immediatamente tutti i certificati necessari in simile occasione.
In capo a un mese ricevetti il consenso di mia madre e le carte richieste; alcuni giorni dopo il signor Conio ricevette le più lusinghiere testimonianze in mio favore. Il matrimonio fu stabilito per il mese di luglio, la dote fissata e il contratto firmato.
Imer non ne sapeva niente; avevo le mie buone ragioni per temere che ostacolasse la mia idea: infatti fu dispiacentissimo, doveva passar l’estate a Firenze e bisognava bene che ci andasse senza di me. Tuttavia gli promisi che non avrei lasciato la compagnia, che avrei lavorato per Venezia e che mi ci sarei trovato a tempo; e gli tenni la parola.
Eccomi il più contento uomo del mondo, il più beato; ma potevo forse avere una soddisfazione senza che fosse seguita da un dispiacere? La prima notte di matrimonio ecco che mi piglia la febbre, e il vaiuolo che già avevo avuto a Rimini da ragazzo viene ad attaccarmi per la seconda volta. Pazienza! per fortuna non era pericoloso, e non diventai più brutto di quello che ero. La mia povera sposina pianse molto al mio capezzale, era la mia consolazione e tale è sempre stata.
Finalmente partimmo, la mia sposa ed io, per Venezia, ai primi di settembre. Cielo! quante lagrime sparse, che crudele separazione per mia moglie! doveva lasciare di colpo padre, madre, fratelli, sorelle, zii e zie... Ma se ne andava con suo marito.
… Giunto a Venezia con la moglie, la presentai a mia mamma e alla zia; mia madre fu deliziata dalla dolcezza della nuora, e mia zia, che pur non era facile, divenne amicissima della nipote. Era una cara famiglia, la pace ci regnava, io ero il più felice uomo del mondo."
Nelle parole di Goldoni ritroviamo la sua genialità che si esprime anche nella vita quotidiana oltre che nelle sue magnifiche opere.
I vicoli rammentano ancora il passaggio di Goldoni a Genova: in Vico Sant'Antonio, una traversa di Via Balbi, una lapide ricorda questo fatto.

La lapide che ricorda Carlo Goldoni
(foto di Antonio Figari)


14. Il benefattore di Vico della Casana


Se Vi capita di varcare il portone del civico 9 di Vico della Casana, superata la prima rampa di scale, Vi ritroverete accanto ad un busto ottocentesco raffigurante un uomo che, come ci dice l'epigrafe scolpita nel cippo di marmo sotto il personaggio, "onorò la Liguria et le sue genti e volle rimanere innominato".

Di chi stiamo parlando? Purtroppo ad oggi le mie ricerche non hanno prodotto alcunchè. Ho avuto modo di parlare con i proprietari del palazzo e sono venuto a conoscenza del fatto che questo busto fu acquistato tra le due guerre mondiali per arredare lo scalone. La sua provenienza è dunque sconosciuta così come il suo nome.


Il benefattore di Vico Casana
(foto di Antonio Figari)



Il busto del benefattore di Vico Casana
(foto di Antonio Figari)



15. Andalò di Negro 

C'è una lapide in Vico Denegri, una traversa di Piazza Banchi, che svela il perché questa strada porti tale nome: date un occhio all'immagine qui di seguito.


La lapide di Vico Denegri
(foto di Antonio Figari)


In questa zona la famiglia di Negro aveva le sue abitazioni e una torre (quest'ultima descritta nella pagina de le TORRI di GENOVA) e qui nacque Andalò, figlio di Egidio di Negro, negli anni sessanta del XIII Secolo.

Anche se ai posteri quasi sconosciuto egli fu un personaggio di spicco del suo tempo: nel 1314 la Repubblica a lui affidò il delicato compito di siglare la pace con l'imperatore di Trebisonda Alessio Comneno.

L'ambasceria di Andalò portò ai genovesi ottimi risultati: Alessio si impegnava a perseguire tutti coloro che si fossero macchiati di delitti contro i Genovesi e metteva a disposizione della Repubblica la darsena di Trebisonda od altro luogo per costituirvi un borgo, lasciando alla stessa  il diritto di fortificarlo e di vietarne l'accesso ai Greci.

La lapide sopra citata, tuttavia, ricorda la figura di Andalò "fra i sapienti della sua età sapientissimo": egli infatti fu autore di trattati di argomento matematico-astronomico (nei quali si evince la sua grande cultura e conoscenza di scritti di autori classici quali il Tolomeo), solo in parte purtroppo giunti fino a noi, e insegnò anche a napoli dove egli morirà intorno al 1334.

Boccaccio nel suo soggiorno a Napoli fu discepolo del Di Negro seguendo le sue lezioni e ricorda il suo maestro nella sua opera "De genealogiis deorum gentilium".





16. Alessandro Manzoni



La mattina del 15 luglio 1827, Alessandro Manzoni, insieme alla moglie Enrichetta, i sei figli, la madre Giulia Beccaria, e cinque domestici, partì da Palazzo Belgioioso di Milano alla volta di Firenze.

Scopo del viaggio era quello di “risciacquare i panni in Arno”: insoddisfatto della sua opera dal punto di vista linguistico, il Manzoni aveva deciso di andare a Firenze  per dare ai suoi “Promessi Sposi” una lingua che si avvicinasse di più all’italiano parlato in Toscana.

Prima tappa del viaggio fu Genova: vi giunse dopo aver superato, indenne, un incidente che coinvolse la sua carrozza che si ribaltò e finì in una scarpata durante un violento temporale. L’idea era quella di fermarsi nella Superba qualche giorno e poi partire alla volta di Livorno dove era stato consigliato a Enrichetta, di cagionevole salute, di fare bagni in mare.

A Genova Manzoni soggiornò in un Hotel in Via del Campo al civico 10, nello splendido Palazzo Bartolomeo Invrea (di cui Vi parlo al paragrafo 156 nella pagina de “iPALAZZIprivati”). Si racconta che avesse una bella stanza ben esposta e vista porto.

Il Marchese Di Negro, che nella sua villetta amava creare circoli di cultura, non appena seppe che Manzoni era in città, lo invitò a cena insieme allo scrittore francese Marie-Henri Beyle, noto come Stendhal, anche lui soggiornante a Genova all’Hotel Croce di Malta in Sottoripa (di cui Vi parlo al paragrafo 4 nella pagina de leTORRIdiGENOVA), poco distante in linea d’aria dall’hotel dove risiedeva il Manzoni.

Dopo questo breve soggiorno a Genova, Alessandro giungerà con la famiglia a Firenze dove soggiornerà lungo l’Arno nell’Hotel Quattro Nazioni.

A differenza di Firenze, dove questo evento è ricordato da una lapide in facciata al palazzo, nulla ricorda in Via del Campo il soggiorno del Manzoni nel 1827.
Una lapide invece, sulle alture di Sestri Ponente, ricorda il soggiorno di Alessandro Manzoni con la moglie e la madre presso la Villa dei Degola, ospiti dell’abate Eustachio, nel maggio del 1811.

 



Manzoni tornerà a Genova ancora il 27 settembre 1846 per il matrimonio della  figlia Vittoria, sposatasi a Nervi nella cappella di Villa Gnecco, e il 16 settembre 1852 per un altro matrimonio, quello della nipote Alessandrina D’Azeglio; nei registri parrocchiali della Chiesa di San Giacomo di Cornigliano è ancora conservata la sua firma.

 
17. Gio Battista Baliano


La lapide in ricordo di Gio Battista Baliano (1582-1667)(foto di Antonio Figari)



18. Francesco Petrarca

Egli è colui che per primo definisce Genova come "Superba".
Nel suo "Itinerarium" descrive la nostra città con queste parole: "Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per mura, il cui solo aspetto la indica signora dei mari".


19. I Beatles

 I Beatles in posa sul terrazzo del Grand Hotel Colombia

I Beatles alla conferenza stampa al Grand Hotel Colombia

Il 25 giugno 1965 prima di sera i Beatles arrivarono a Sampierdarena e di lì in pochi minuti in Piazza Principe al Grand Hotel Colombia (quella che oggi è la biblioteca universitaria).
Rimasero dentro all'albergo fino a notte fonda quando decisero di far due passi per Genova: prima andarono a Castelletto per godere la vista più bella della Superba, poi giù nei vicoli. Di lì poi a Nervi e Sori per un bagno notturno.
La mattina dopo al Colombia ci fu la conferenza stampa: i Fab Four si sistemarono su quattro poltrone dorate e lì raccontarono, tra le altre cose, che la scelta di Genova per il loro tour era stata dettata dall'idea che la Superba fosse la più inglese delle città italiane.
Il pomeriggio li aspettavano due concerti al Palasport: uno al pomeriggio e uno alla sera.
Due mila lire, tanto costava il biglietto per assistere ad uno dei due spettacoli.
Ecco la scaletta dei brani eseguiti:
1) Twist And Shout
2) She's A Woman
3) I'm Loser
4) Can't Buy Me Love
5) Baby's In Black
6) I Wanna Be Your Man
7) A Hard Day's Night
8) Everibody's Trying To Be My Baby
9) Rock And Roll Music
10) I Fell Fine
11) Ticket To Ride
12) Long Tall Sally

I Beatles in concerto al Palasport di Genova



 
20. I Rolling Stones


Anche i Rolling Stones si esibirono a Genova al Palasport. 
Era il 9 aprile 1967 e Jagger e soci tennero due concerti: uno al pomeriggio  (ore 16) ed uno alla sera (ore 21) della durata ciascuno di circa un'oretta.
Da mille lire a quattro mila lire, tanto costava il biglietto per assistere ad uno dei due spettacoli.
Ecco la scaletta dei brani eseguiti: 


The Last Time

Paint It Black

19th Nervous Breakdown

Lady Jane

Get Off Of My Cloud

Yesterday's Papers

Ruby Tuesday

Let's Spend The Night Together

Goin' Home

Satisfaction






21. David Bowie
 
Nell'aprile del 1976 sbarcò a Genova, insieme alla moglie Angie, al figlio Zowie e un nutrito seguito,  il "Duca Bianco", qui ritratto dal fotografo Bruno Maccarini in Piazza Acquaverde. Aveva preso infatti una stanza all'Hotel Colombia Excelsior.
Bowie si era imbarcato a New York sulla "Leonardo da Vinci" che faceva la spola tra la Grande Mela e la Superba.
Del suo brevissimo soggiorno genovese, le cronache ci raccontano di un suo giro della città in limousine.
 

A proposito della Leonardo da Vinci, ecco di seguito una sua immagine quando era in costruzione ai Cantieri Navali Ansaldo di Sestri Ponente.
La nave fu varata il 7 dicembre 1958 e prese servizio nella tratta Italia Stati Uniti andando a sostituire l'Andrea Doria che era tragicamente affondata nel 1956.


 
Il Trnasatlantico Leonardo da Vinci aveva 11 ponti collegati tra loro da 21 ascensori e poteva accogliere 1326 passeggeri. Non mancavano piscine (ben 5 di cui 2 riservate ai bambini), 3 negozi di barbieri, cappella, auditorium da 300 posti e la telescrivente che permetteva di avere ogni giorno l'edizione quotidina del Corriere della Sera
Eccola di seguito in tutto il suo splendore:



 
22. Cattaneo Pinelli

Nobile genovese vissuto nel XVI Secolo, fu insignito dall'Imperatore Carlo V di onorificenze e privilegi dopo aver sconfitto il tiranno algerino Ariadeno il Barbarossa, feroce pirata Saraceno che, chiamato dall'imperatore ottomano Solimano a riorganizzare la flotta turca, diventò in breve tempo il terrore delle coste campane.
Cattaneo Pinelli riuscì a sconfiggerlo in Tunisia ponendo fine alla carriera di quello che Carlo V considerava il più temibile dei Saraceni.
Il Pinelli scrisse nel suo testamento che la sua effigie sarebbe dovuta essere posta nelle stanza dei Padri del Comune e così avvenne. La sua statua, opera di Bernardino di Novo, entro una nicchia scolpita da Giovanni Carlone, venne collocata a metà dello scalone che dal cortile di Tursi porta al primo piano. Oggi al suo posto vi è la statua di Mazzini e la statua del Pinelli è collocata all'ingresso di Tursi sulla parete destra.


23. Pietro Boetto

Nato a Vigone, un piccolo paese vicino a Torino, il 19 maggio 1871, entrato nel noviziato della Compagnia di Gesù il 1° gennaio 1888, fu per le sue doti nominato Cardinale da Papa Pio XI nel 1935. 
Fu lo stesso Papa a nominare Boetto Arcivescovo di Genova  nel 1938.
La sua figura è ricordata da tutti noi genovesi perchè fu lui, il 25 aprile 1945, a Villa Migone, sua residenza nel quartiere di San Fruttuoso, a trattare con il generale tedesco Gunther Meinhold, e Remo Scappini, quest'ultimo in rappresentanza dei partigiani, la resa delle truppe tedesche evitando così ulteriori spargimenti di sangue e distruzioni in città.
Pochi sanno che il Cardinale Boetto, durante la Seconda Guerra Mondiale, si adoperò in prima persona per salvare le vite di centinaia di ebrei attraverso il ssuo sotegno alla rete clandestina di aiuti "DELASEM": per questo egli è stato annoverato tra i giusti tra le nazioni nello Yad Vashem (Ente nazionale per la memoria della Shoah).  
Gli venne conferita la cittadinanza onoraria nel dicembre 1945.
Un crisi cardiaca lo stroncò il 31 gennaio 1946.
A lui succederà, quale pastore della comunitòà cattolica genovese, il Cardinale Giuseppe Siri, che fu di Boetto suo vescovo ausiliare.  
La sua tomba si trova nella Cattedrale di San Lorenzo nella navate destra, a pochi passi da quella del suo successore.
La città di Genova gli ha dedicato la via che collega Piazza de Ferrari a Piazza Matteotti.


Conferimento della cittadinanza onoriaria al Cardinal Boetto nel Salone di Rappresentaza di Palazzo Tursi nel dicembre del 1945





24. Luigia Pallavicini 

Nasceva a Genova il 21 gennaio 1772 Luigia Pallavicini, nata Ferrari.
La nobile fanciulla è famosa per essere stata protagonista di uno sfortunato evento: mentre galoppava sulla spiaggia di Sestri Ponente, cadde e a seguito di ciò iniziò a portare un velo che le copriva il viso segnato da quell'incidente.
Nell'ottobre del 1799, ad una festa a Villa Imperiale in Val Polcevera (trovate la storia di questa villa nella pagina de "iSEGRETIdeiVICOLIdellaGRANDEGENOVA"), festa tenuta in occasione dello sbarco di Napoleone al Frejus, Ugo Foscolo incontra Luigia Pallavicino, che, già sfigurata dall'incidente a cavallo, diverrà la protagonista di una sua famosissima ode "A Luigia Pallavicini caduta da cavallo" (in foto il presunto ritratto di Luigia Pallavicini conservato presso la Galleria d'Arte Moderna di Genova Nervi).



25. Paolo Villaggio

Paolo villaggio con l'amico Fabrizio De Andrè


26. Lorenzo Garaventa




Una lapide in Via San Giorgio ricorda un personaggio che tanto bene fece a Genova: Lorenzo Garaventa.
Nato nel 1724 a Calcinara di Uscio, il giovane Lorenzo viene a Genova a studiare in private scuole e in seguito nel Collegio dei Gesuiti in Via Balbi 5 per poi intraprendere la carriera ecclesiastica.
Giuseppe Banchero ci racconta che il Garaventa, una volta diventato sacerdote, decide di aprire una piccola scuola insieme ad una altro prete in Piazza Ponticello. 
Vedendo le condizioni di tanti poveri che non potevano permettersi di pagare gli studi, Garaventa decide di iniziare ad insegnare gratuitamente così da permettere a tutti l'accesso alle sue lezioni. Un cartello appeso sopra l'ingresso recitava "Qui si fa scuola di carità".
Il suo esempio è presto seguito da altri sacerdoti e così viene aperta anche una piccola scuola in Borgo Lanaiuoli a cui ne seguono altre negli altri quartieri della Genova dell'epoca.
Ai bimbi venivano forniti penne, inchiostro, carta e libri, ed ai più poveri anche di che vestire e mangiare.
Tra i tanti che appoggiarono il Garaventa nella sua opera, anche l'abate Paolo Gerolamo Franzoni, l'istitutore della Biblioteca che da lui prenderà il nome, che ne sostenne segretamente l'opera. Molti erano anche i lasciti testamentari e i contributi delle famiglie nobili genovesi che permettevano a queste scuole di continuare la loro attività con bambini dai 4 a i 12 anni.
Lorenzo Garaventa muore il 13 gennaio 1783 ma la sua istituzione non se va con lui e continua ad opera di altri sacerdoti che al Garaventa si ispirano.
Oltre alla lapide che lo ricorda in San Giorgio, al Garaventa era intitolato un vicolo che collegava Via Bartolomeo Bosco alla Piazza di Santo Stefano, chiesa dove il Garaventa fu seppellito. Oggi a lui è intitolata la strada che da Via Vernazza sale a Santo Stefano, strada che riprende in parte il percorso dell'antico vicolo a lui dedicato.
Una curiosità: la prima scuola di carità, sita in Piazza Ponticello era intitolata a Guglielmo Embriaco. La scuola fu trasferita in zona Sant'Andrea e poi tra la Montagnola dei Servi e Santa Maria in Via Lata dove ancora oggi vi è una scuola che porta quel nome anche se pochi sanno che il tutto nasce dalla piccola scuola di carità voluta dal Garaventa in Piazza Ponticello.



27. Nicolò Garaventa


Nicolò Garaventa (1848-1917)


"Per te ci vuole la Garaventa", una frase o, meglio, una minaccia rivolta dai genitori ai bambini troppo "discoli" (capirete tra poco perchè uso proprio questo termine!) che ai più anziani fa ricordare, nel bene o nel male, una delle figure più importanti della filantropia genovese: Nicolò Garaventa.
Nato a Calcinara di Uscio il 23 marzo 1848, professore di matematica al Liceo Ginnasio Andrea Doria, Garaventa, preso a cuore il destino dei tanti bambini che abbandonavano gli studi o peggio mai li avevano intrapresi vivendo nel degrado e nella povertà, decide di dedicare a loro il suo tempo per dare un futuro migliore a questi futuri uomini.
Alla Spianata dell'Acquasola raduna alcuni bambini, parlando a loro in genovese per farsi capire meglio, offrendo loro la possibilità di iscriversi alla scuola che da tempo aveva in mente di fondare.
Nasce così il 1° dicembre 1883 la scuola officina per discoli, ossia ragazzinin sotto i 16 anni. Il motto di questa istituzione era "prevenire e redimere".
In breve tempo Garaventa trova anche una sede definitiva alla sua scuola: una nave della regia marina in deposito nel porto.
Nel 1892, in occasione delle Colombiane, ai giovani "garaventini"  viene donata una barca a vela.
Garaventa muore nel 1917 ma l'attività della sua scuola non si ferma: sono i figli, Domingo e Giovanni, a prendere in mano le redini di questa istituzione che prosegue la sua attività ininterrotamente fino al 1941 quando, a seguito dei bombardamenti, la nave scuola affondò.
I piccoli studenti continuano il loro percorso nei collegi cittadini.
Nel 1951 è il turno di una nuova nave-scuola: l'ex posamine Crotone della Marina Militare.
L'attività di questa istituzione si conclude nel 1977: si calcola nel numero di dodicimila i ragazzi che frequentarono la nave-scuola.
Essa diventa esempio da seguire sia in Italia (Napoli, Cagliari, Venezia) che all'estero (Cile, Brasile, Inìghilterra) con iniziative analoghe.
Tra i tanti frequentanti la nave-scuola ricordiamo anche Renato Rinino, il quale ben si guardò dal seguire gli insegnamenti ricevuti diventando un famoso ladro (il più celebre furto fu ai danni del principe Carlo al quale però restituirà volontariamente il maltolto).
A Garaventa, che è sepolto a Staglieno, è dedicato un busto in Corso Aurelio Saffi.

La banda della nave-scuola

Marinaretti sul ponte della nave-scuola

La nave-scuola nel 1934
 
l'ex Posamine Crotone, ultima sede della Nave-scuola




28. Charles Dickens


Charles Dickens, nato nel sud dell'Inghiterra, a Portsmouths, il 7 febbraio 1812, poeta, scrittore, autore di di capolavori come "Oliver Twist", "David Copperfield" o "Canto di Natale" (per citare le sue opere a me più care) arriva a Genova insieme alla sua famiglia il 16 luglio 1844 e si sistema a Villa Bagnarello ad Albaro, in Via San Nazaro (ancora oggi una targa marmorea qui 
sistemata nel 1894 ricorda il suo soggiorno). Questo luogo sarà da lui definito "pink jail" (prigione rosa), certo non una definizione carica di affetto per questa sua dimora che Charles non amava particolarmente ( in compenso la targa marmorea affissa in via San Nazaro fuori dalla villa dice "in questa villla (...) ebbe gradita dimora Carlo Dickens", dove sarà la verità?) . Il 23 settembre di quell'anno si trasferisce a Villa delle Peschiere, luogo dal quale può osservare il centro città quando scrive o raggiungere in pochi minuti il centro storico quando decide di oziare.
Ecco come descrive il suo vivere alle Peschiere:
 

"Non c’è in Italia, dicono (e io ci credo), una abitazione più piacevole del Palazzo delle Peschiere, in cui andammo a stare non appena furono scaduti i tre mesi di affitto della prigione rosa di Albaro.

Il Palazzo è edificato su un’altura dentro le mura di Genova, ma a qualche distanza dai fabbricati, ed è circondato da magnifici giardini che appartengono ad esso e che sono abbelliti da vasche di marmo, da statue, da vasi, da fontane, da terrazze, da viali di aranci e di limoni, e da boschetti di rose e di camelie.
Tutte le stanze sono belle, sia che se ne considerino le dimensioni, sia riguardo agli ornamenti e ai mobili; ma il salone, alto una cinquantina di piedi, con tre grandi finestre all’estremità, dalle quali si gode il panorama di tutta la città di Genova, del Porto e del mare vicino, offre una delle vedute più belle e più piacevoli del mondo.
Sarebbe difficile immaginare una dimora più gradevole e più comoda delle stanze più ampie del palazzo; certamente non si può concepire nulla di più splendido della vista che da esso si gode, sia alla luce del sole, che sotto il chiarore della luna".

 
Nei suoi appunti su Genova, Dickens racconta di non essersi mai divertito tanto in vita sua nell'assistere ad una rappresentazione di burattini quanto al Teatro  delle Vigne assistendo ad uno spettacolo che vedeva protagonista Napoleone a Sant'Elena (il burattinaio si era dimenticato di far eseguire i corretti movimenti alla figura del medico che invece di stare accanto a Napoleone volava sopra il letto dell'imperatore tra le risate degli spettatori!).
Sempre a proposito di Teatri, nel suo "Pictures from Italy", osservando l'Acquasola dalla Villa delle Peschiere dove risiedeva in quel periodo, dopo aver descritto la bellezza del parco così scriveva:
 
"(...) siedono rivolti dalla nostra parte, gli spettatori del Teatro Diurno (...), fa un effetto molto strano, non sapendone la ragione, veder passare così subitamente tutte quelle facce dall'ansietà al riso (...)".

All'epoca infatti non vi era Via Assarotti e la vista dalla Villa delle Peschiere era ben diversa da quella odierna, per così dire "costretta" e limitata dall'edificazione ottocentesca.



Durante il suo soggiorno a Genova, Dickens scrive "Le Campane", uno dei suoi cinque "Racconti di Natale".
Dickens racconta che, nel momento in cui si era messo alla scrivania per iniziare a scrivere qualcosa, dal centro città era salito dalla città un tale frastuono di campane da farlo impazzire. Il vento gli aveva portato tutti i rintocchi dei campanili di Genova e le sue idee si erano messe a vorticare fino a perdersi in un turbinio di irritazione e stordimento. 
Scrive: "specialmente nei giorni festivi, le campane delle chiese suonano incessantemente; non in armonia, o in qualche conosciuta forma sonora, ma in un orribile, irregolare, spasmodico den den den, con una brusca pausa ogni quindici den o giù di lì; una cosa da impazzire.". 
Sarà quell'incessante suono a fornirgli lo spunto ed il titolo per il suo racconto (non tutto il male vien per nuocere!). In una lettera all'amico John Forster, critico letterario e scrittore,  rivela di svegliarsi alle sette e di lavorare, dopo un bagno freddo e la colazione, fino alle tre del pomeriggio: "avere trovato il titolo e sapere come sfruttare lo spunto delle campane è una gran cosa. Che mi assordino pure da tutte le chiese e conventi di Genova, ormai: non vedo altro che la cella campanaria di Londra in cui le ho collocate". 
Ecco di seguito la copertina della prima edizione de Le Campane (The Chimes) di Charles Dickens:

 


Sempre su Genova,  nel suo diario di viaggio "Pictures from Italy" del  1846, così scrive

"(...) E' un luogo che non si finisce mai di conoscere. Sembra che ci sia sempre qualche cosa da scoprirvi. Per andare a passeggio, ci sono i sentieri e i viottoli più straordinari: vi potete perder per strada (che piacere quando uno non ha niente da fare!) venti volte al giorno, se lo desiderate, e ritrovarla in mezzo alle difficoltà più sorprendenti e più inaspettate. E' ricco dei più strani contrasti: ad ogni svoltata, vi si presentano allo sguardo cose pittoresche, brutte, abbiette, magnifiche, deliziose e gradevoli.(...)"

"(...) le tenute a giardino, fra edificio ed edificio, con le viti che formano arcate verdi, coi boschetti di aranci e con gli oleandri fioriti, a venti, trenta e quaranta piedi al di sopra della strada (...)."


"(...) ci sono tantissimi tabernacoli dedicati alla Vergine e ai Santi, posti di solito alle svolte delle vie (...)" 


Dickens torna una seconda volta a Genova nell'ottobre del 1853. Questa volta, senza la famiglia, soggiorna all'Hotel Croce di Malta che così descrive in una lettera alla sorella della moglie, Giorgina Hogarth: "Viviamo sulla cima di questa casa immensa che sovrasta il porto e il mare, abbastanza elegante e ariosa, benché non sia uno scherzo salire così in alto, e benché l'appartamento sia piuttosto ampio e decadente".
In una altra lettera, questa volta indirizzata alla moglie, Dickens racconta, tra le tante cose, della nuova strada ferrata che unirà Torino a Genova e che è quasi completata, ma nessun accenno all'albergo ampio ma decadente (quasi a non volerla far preoccupare!).
Il nostro amico inglese non aveva certo dimenticato la sua villla preferita, le Peschiere, che però nel frattempo era divenuta un collegio femminile e così aveva potuto tornar lì a soggiornare.


29. Albert Einstein



Tra Soziglia e le Vigne, nella piccola Piazza delle Oche (toponimo che ricorda l'antica  vocazione agricola della zona) nel 2017 è stata affissa una targa in marmo che ricorda che qui soggiornò all'età di 16 anni Albert Einstein, ospite della zio, Jacob Koch.
Albert, dopo esser stato bocciato all'esame di ammissione al Politecnico di Zurigo, era partito a piedi da Monaco direzione Pavia.  Qui suo padre Hermann con il fratello Jacob aveva costruito una fabbrica di apparecchiature elettriche: solo due anni dopo, nel 1896, furono costretti a cessare l'attività a causa di una crisi che portò al fallimento della ditta. Hermann si trasferirà a Milano, dove aprirà una piccola fabbrica di dinamo e dove risiederà fino alla morte (Hermann Einstein fu seppellito al Cimitero Monumentale di Milano e la sua tomba si trova nel Civico Mausoleo Palanti).
Albert, dopo aver attraversato, sempre a piedi e sempre con il suo inseparabile violino, la Val Trebbia, raggiunge a Genova l'altro zio Jacob, il fratello di sua mamma, commerciante all'ingrosso di grano, che nel palazzo in Piazza delle Oche aveva casa e ufficio.
Al piano terreno di questo palazzo c'era (e c'è tuttora) il negozio di dolci di "Pietro Romanengo fu Stefano" (trovate la sua storia nella pagina dedicata a le BOTTEGHE storiche), per un ragazzino era come essere nel paese dei balocchi!
A Genova rimase qualche mese e con lo zio visitò anche la riviera.
Molti anni dopo, in una lettera scritta alla sua amica Ernestina Marangoni in un italiano incerto, così ricorderà questo periodo: "I mesi felici del mio soggiorno in Italia sono le più belle ricordanze".


Un giovane Albert Einstein



30. Guglielmo Marconi

Guglielmo Marconi con la moglie Cristina
 e la figlia Elettra intorno al 1935


Guglielmo Marconi, a bordo della sua nave-laboratorio "Elettra", eseguì molti esperimenti nel Mar Ligure ed in particolare nel Golfo del Tigullio che per questo motivo da alcuni è anche chiamato "Golfo Marconi".
Il 26 marzo 1930, dal suo laboratorio all'interno dell'Elettra, ormeggiata nel Porto di Genova al Porticciolo Duca degli Abruzzi, alle ore 11:03 Marconi con un segnale radio accende l'illuminazione del Municipio di Sidney in Australia, distante 22.000 km, inaugurando così a distanza la Mostra Elettrica di Sidney. Dall'Australia via radio arriva il seguente messaggio: "Splendido, splendido. Migliaia di persone acclamano Marconi. Congratulazioni da tutti noi.".
Ecco Marconi nel suo laboratorio:



Nel filmato di seguito, il giornale Luce A0542 del marzo 1930,  sono documentati i fatti, buona visione!






31. Bartolomeo Pagano

Bartolomeo Pagano (1878-1947)


Nato a Sant'Ilario Ligure il 27 settembre 1878, Bartolomeo Pagano lavorava come camallo nella vicina Nervi.
Il suo soprannome "Maciste" nasce nel 1914 quando nel film "Cabiria"  il Pagano interpreta questa parte: da lì al 1926 saranno ben 20 i film con Maciste, dal "Maciste" del 1915 al "Maciste nella gabbia dei leoni" del 1926.
600.000 lire all'anno, quello che il Pagano riusciva a guadagnare con il suo personaggio Maciste.
La sua carriera cinematografica finirà nel 1929 con il film "Giuditta e Oloferne".
Triste sarà poi il suo destino: fermato dall'artrite rematoide che lo costringerà a vivere gli ultimi anni sulla sedia a rotelle, Pagano morirà nel 1947 per un arresto cardiaco all'età di 68 anni.



Prossimamente vi parlerò anche di...


Il dio romano Giano (foto di Antonio Figari)


Guglielmo Embriaco detto Testa di Maglio (1070 circa- ?)



Nicolò Paganini (1782-1840)







- Luigia Pallavicini, la dama genovese a cui una caduta da cavallo rovinò la vita, che ispirò al Foscolo la nota ode;
- Santa Brigida e le sue parole su Genova:
"Un giorno il viandante che passerà dall'alto dei colli che recingono Genova, accennando con la mano i lontani cumuli di detriti, dirà laggiù fu Genova";
- Sant'Ugo, cappellano dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, e i suoi miracoli legati all'acqua;
- Santa Limbania, protettrice dei viaggiatori, mulattieri e carrettieri, originaria di Cipro che, dopo una roccambolesca fuga dalla sua isola, arrivò a Genova e qui entrò nell'ordine delle Benedettine che avevano il loro monastero presso la Chiesa di San Tommaso;
- Simon Boccanegra, primo doge di Genova;
- Battistina Vernazza, mistica agostiniana figlia di Ettore,  fondatore dell'ospedale degli Incurabili;
- Anton Maria Maragliano, scultore seicentesco autore delle più belle sculture lignee delle Chiese di Genova;
- Raffaele De Ferrari, la moglie Maria Brignole De Ferrari e la loro agiata vita segnata da tristissimi eventi;




- Luca Cambiaso, uno dei più famosi pittori genovesi;
- Francesco Petrarca di passaggio a Genova;
- Santa Caterina da Siena, anche lei di passaggio nel centro storico della Superba, e il suo messaggio di incoraggiamento a Papa Gregorio XI;
- Alessandro De Stefanis (1826- 1849), eroe risorgimentale quasi dimenticato;

... e molti altri!


(continua...)






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2 commenti:

  1. 1785- Charles Duparty, magistrato francese:

    GENOVA "RAPISCE PER LA SUA BELLEZZA"

    1841- Alexandre Dumas, giornalista e scrittore francese, "corrispondente di guerra" per i Mille:

    Partendo da Cogoleto, Genova viene, per così dire, incontro al viaggiatore. Pegli, con le sue tre magnifiche ville, è una specie di sobborgo che attraversando Sestri Ponente si prolunga fino a San Pier d'Arena e costituisce un degno ingresso per una città che s'è data da sola il soprannome di Superba e che da sei o sette leghe già si scorge all'orizzonte, distesa in fondo al suo golfo con la noncurante maestà di una regina.

    1853- Jules Michelet, storico francese:

    Genova è la patria di gente geniale e aspra, nata per domare il mare e dominare le tempeste. Sul mare, in terra, quanti uomini avventurosi e di un'audacia saggia! Mazzini è genovese, e la costa ligure che diede alla repubblica francese il generale Massena, ha dato all'Italia il marinaio guerriero Garibaldi: razza forte, piccola e dura, dotata di un carattere d'acciaio, di non so quale punta adatta a penetrare il ferro.

    1871 -1945- Paul Valery. poeta, scrittore e aforista francese:

    Quel giorno non avrei mai creduto di arrivare fino al punto di sentirmi attratto fin dalle pietre delle vie di Genova, e di ripensare a quella città con affetto, come al luogo in cui avevo passato molte ore di quiete e di felicità.

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  2. Ciao Antonio, sono un tuo affezionato lettore.
    Oggi mi è capitato di passare per vico della Casana, e, attirato dalla curiosità, mi sono infilato nell'androne del civico numero 9. Ho parlato con una signora che vi abita, mi ha saputo solo dire che il palazzo appartiene alla famiglia Romanengo, quelli del negozio di dolci vicino, in Soziglia. Questi nel 1944 crearono una società con la famiglia Costa, la SCI (società di costruzioni immobiliari) poi fallita nel 1996. E' davvero molto poco lo so ma magari il mezzo busto riguarda un Romanengo, chissà :-)
    Se scopro altro ti faccio sapere.
    Saluti, Marco.

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